Neolingua

Arie e tartine

In un tempo lontano, rimpianto da molti, accanto alle due monarchie più importanti del mondo ne esisteva una terza. La prima, la millenaria monarchia ereditaria d’Oltremanica, era celebre per le sue liturgie con i parrucconi e per le tresche di corte. La seconda, una monarchia elettiva spiritualmente autorevole, era a capo di una religione universale di più di un miliardo di umani ben protetta da mura leonine nel più famigliare Oltretevere. Poi, all’insaputa dei più, ne esisteva una terza, in una piccola città di provincia, che sovrintendeva un festival musicale monomaniacale dedicato a un compositore del primo Ottocento, ma questa, in coerenza con i canoni del gran musicista – ammiratore e ruffiano di regine e di re – era rimasta una monarchia assoluta dove sopra cortigiani compiacenti, solerti dame di corte e sontuosi ricevimenti in palazzi storici e ville pregiate si ergeva Lui, il re, l’indiscusso gran signore del festival. Erano tempi felici – eravamo agli esordi della rassegna – e le indiscusse qualità del monarca erano tali da rendere in pochi anni la rassegna uno degli appuntamenti obbligati per i melomani di mezzo mondo. Passavano gli anni e cinquanta son lunghi e quel festival ne faceva di strada! Anche se, a dire la verità, con ricorrenti alti e
bassi in cui la qualità degli spettacoli doveva a volte cedere in scena il passo all’intrattenimento svagato, ormai diventato la cifra di una cultura – la nostra – irrimediabilmente al tramonto. E così è arrivato l’epilogo. La scomparsa del re lasciava il comando a chi – ahimè – non era proprio all’altezza dei fasti di un passato glorioso. E allora per salvare il glamour, che tanto aveva dato alla piccola città di provincia, la strada era obbligata come per ogni “evento” – oggi si dice così – che aspira a fare notizia. Ed ecco che il festival con i suoi riti e con la sua corte un po’ malandata ha finito per confluire nel magico mondo dei sontuosi ricevimenti mondani in ville e palazzi, perché ora – pare – che non a teatro ma qui sia lo spettacolo, qui la gran festa. Ma mentre qualche tempo fa i party del dopo-festival erano solo occasioni supplementari di incontro per stringere relazioni virtuose con ospiti e artisti italiani e stranieri, ora stanno diventando più rilevanti della stessa rassegna, a sua volta degradata a semplice prologo di tartine e
prosecco. Così un passato musicale glorioso si trasfigura nell’occasione mondana di una convivialità di provincia, attraverso la finzione del mondo dorato di dimore lussuose e inaccessibili ai comuni mortali, luoghi esclusivi in cui ormai lirica e filologia musicale vengono degradate a pretesto per fare due chiacchiere tra gente “per bene”. Alla plebe la dura realtà delle sagre, ai patrizi la finzione di isolarsi tra anime elette, le sole in grado di apprezzare e gustare in questo mondo volgare l’arte e la musica in uno splendido cocktail con tartine e prosecco.

Marco Savelli

Immagine: Emilio Furlani, Il manager (1979)

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