dada si avventura nella piccola città. quante vetrine! quanti angoli di strade. quante tentazioni! e lo zucchero filato! c’è un cartello, ci sta scritto “psicoaperitivo”, e dada, curiosa, entra. un ragazzo f to m, con al fianco la psicologa vestita con un abito estivo, con nastrini, rainbow, le manca lo zucchero filato, è la fatina della transessualità. lui assennato, prudente, lei con aria di sufficienza risponde alla domanda sul corpo, mai nominato (ma ora tutto pare perfetto, tutto è efficiente). una ragazza vestita con calzini rainbow, maglietta rainbow e portachiavi rainbow interviene affermando che nello sport sarebbe tempo di eliminare le categorie m e f. nessuna replica. tra anziane aperitiviste (c’era anche una uditrice della lega) e psicologhe assertive, l’incontro si discioglie.
dada continua nel paese dei balocchi, il capoluogo di provincia, in una sala ex chiesa allestita nella penombra con grandi schermi, immagini che quasi circondano la platea. lì assiste in un caldo infernale ad un “talk” popfilosofico sul narcisismo. la platea sta immobile, ipnotizzata da continue immagini roteanti, i relatori, due uomini e una donna, hanno un minutaggio predefinito e parlano da un piccolo palco, non è consentito sbagliare. prima di ogni intervento l’organizzatrice, impeccabile cyborg, fa una efficiente presentazione, poi i relatori per un sandwich del loro sapere. c’è chi è a disagio ma resiste, chi suda copiosamente, chi propone il riassunto di film che tutti conosciamo e del quale riassunto non frega niente a nessuno perché lo hanno già letto su internet, a volte pare che i brani mediatici servano ad avvalorare la lettura più che il contrario. il più assertivo (riecco la parola), il più compiaciuto, sciorina l’etimologia di 2400 vocaboli greci, è di razza accademica. qualche spettatore inizia a giocare col cellulare, altr& si sventagliano con appositi cartoncini col brand. la donna, ultima, unica tra i tre, ammette di non sapere alcune cose, fosse mai che apparisse un interrogativo, che balenasse un vuoto nella scaletta. l’atmosfera è surreale, viene da chiedersi, come per la palla digitale esposta e vivente nella piazza del capoluogo, cosa accadrebbe se si staccasse la spina.
dopo due kermesse nelle quali figuravano organizzatrici donne, dada si reca di soppiatto ad una masterclass tenuta all’interno di un cartellone ancora più vasto, un gigantesco blob che esprime centinaia di conferenze/medley su tutto lo scibile umano, con inserti pubblicitari politici, redazionali sul CorSera, calcolo dell’indotto economico sulla città. ha un creatore uomo, un idealista come tanti, che ha percorso tutte le esperienze politiche possibili, come ne l’impero dei sensi e dei portaborse. si parla di poesia ma ci sono diapositive. dada è nascostamente contrariata. incappata vuole scappare. la stanza, sotterranea, tenuta ad una temperatura da frigidaire, è il sancta sanctorum culturale della città, le sedie sono avvitate al pavimento. gli scatti delle macchine digitali sono più numerosi degli sguardi reciproci tra le persone. le allieve, quasi tutte donne, prendono con diligenza appunti, una lo fa con una calligrafia così piccola, piccola, piccola come alice in the wonderland. una poeta ci dice che la poesia è pratica di salvezza ma non ci dice da cosa vuole essere salvata. un signore circonfuso di modestia chiede istruzioni perché vuol diventare poeta, c’è chi onestamente gli
consiglia di leggere molto, chi più interessato al training gli dice di cercare “la sua voce”. essere poeti afoni e anonimi non va. la ragazza dice che un giorno coi gomiti puntati su di un tavolo in giardino si accorse di quanto erano diversi i suoi piedi sotto il tavolo nudi nell’erba. lo dice con modestia, se imparerà la falsa modestia avrà buone possibilità di successo in poesia.
piedi nell’erba? dalla tv nel bar scorrono immagini di incendi indomabili. tutto è secco, polveroso. dada scorre di fianco agli scavi vitruviani, dentro i quali si vuole trovare ciò che non c’è: la grandeur, la fama, la gloria, la centralità culturale e il superbloom. invece a rifiorire ci sono solo tigli abbattuti, che si ostinano a rigettare attorno ai tronchi ammassi di rigogliose foglie verdi, in un mare di polvere e detriti. gli alberi sopravvissuti sembrano aspettare la stessa sorte. altri, asfissiati nei parcheggi, in un impeto suicidale si schiantano sui tettini di costose automobili elettriche.
affisso alla rete attorno agli scavi resta ancora un cartello, residuo di un sit-in. nessuno lo toglie perché sembra una citazione del sommo architetto, ma non lo è, si tratta di una frase inventata firmata “vitruvius”, che suona ”non tagliare gli alberi per cercare la gloria”.
ad ogni angolo della strada dada incontra pusher di cultura: conferenze, lezioni magistrali, spazi multimediali, svaghi di ogni tipo, le marginalità sono incluse ma messe a dimora in angoli periferici, come la gramigna. meglio gli alloggi popolari dei centri sociali, dice un politico benaltrista, gli anziani giocatori di briscola insorgono. l’overdose è vicina ma è più soft di un tempo: i lucignoli verranno fatti prima somari e poi pelle per un tamburo.
rapido capogiro: su un palco di una certa importanza (un poco più altro degli altri, adatto per chi può mostrarsi a una piazza) il sottosegretario spiega che la cultura di destra esiste, forse basta disseppellirla, o andare su grock. ma perché ci tiene tanto a dimostrarlo? che esiste lo sappiamo, il fatto è che non piace a nessuno…
intanto fa caldo, tanto caldo, mentre tutti si ostinano a fare le cose di sempre, resistendo al nuovo lockdown: grigliate incendiarie, aperitivi da ictus, balli a 40 gradi, polverose danze della pioggia, zapping, scrolling col telecomando del condizionatore (ventila media, alta, silenziosa, rumorosa, gelida, fresca, notte). una ricerca scientifica spiega che col caldo i neuroni funzionano meno, non pare politically correct.
dada si rifugia in pinacoteca, vuole ascoltare la musicista esule iraniana. artista lontana da tempo dal suo paese, siede per una intervista prima del concerto, fatta in inglese da una giornalista in hijab. un leggero senso di inadeguatezza la assale, come se all’artista venisse riproposta una diapositiva del passato. visivamente il messaggio è forte: da jin, jiyan, azadî donna, vita, libertà, al look-allah.
la musica scorre lenta, con risonanze tra voce e strumento, il suono parla delle donne e degli uomini di quel paese, a noi abituate& all’estroversione e alla brevità funzionale pare in un monologo interiore, una riflessione che si spande tra le navate ed esce in un altro tempo e luogo.
da un piccolo palco in un piazzale erboso che a dada ricorda le sue avventure giovanili woodstockiane, suona una pianista e cantante jazz col suo gruppo. un fratello chitarrista dai mille pedali digitali, una batterista, un bassista. prima di iniziare a suonare la giovane artista
ringrazia lo spazio che permette alle persone di vedersi e parlarsi, uno spazio più aperto di altri.
dada fugge dalla città e incappa in una conferenza di omaggio all’ enciclica magnifica banalità, pardon, magnifica umanità. ma è vero che come miss universo il papa ha sempre chiesto la pace nel mondo? ad ogni enciclica che un papa si fa scrivere due costanti, l’esclusione delle voci di chi le cose le sa davvero e le invocazioni finali alla madonna… dada cerca visioni, trova reticenze, scappa dalle platee, nel sudore di quei popolosi deserti che chiamano festival.









