4 ottobre 2026
Paolo è stato per più di trenta anni il mio vicino d’orto.
Mentre ci trovavamo a zappare o a vangare uno accanto all’altro, facevamo anche conversazione.
Gli argomenti che ci uniscono: la natura e la storia locale.
Tra le fila di pomodori elogiavamo il piumaggio colorato del gruccione, parlavamo dei suoi nidi, dei suoi dormitori. Tra le piante di cetrioli e di zucchine riemergeva il fasto delle ville nobiliari disperse nelle nostre colline.
L’età che avanza, un paio d’anno fa, lo ha spinto a cessare l’attività di ortolano. Finite le nostre conversazioni con l’annaffiatoio o la zappa in mano, è continuato l’altro nostro modo di comunicare. Lui ha l’abitudine di recapitarmi documenti inerenti la natura o la storia locale che ritiene possano interessarmi.
Me li fa giungere di soppiatto, li infila nella mia cassetta postale senza suonare il campanello. Li scopro la mattina seguente quanto controllo la posta.
Ormai, anche se non ci fosse riportato il suo nome o non ci fossero quei foglietti adesivi gialli in cui commenta il documento, so che è lui che me li manda.
Un tempo buona parte delle sue “missive” erano fotocopie di documenti presenti nell’Archivio di Stato locale, dove lui ha lavorato e che ha continuato a frequentare da pensionato.
La chiusura (provvisoria) della sezione locale dell’Archivio di Stato (per far posto ad una moderna biblioteca, in costruzione) gli sta impedendo di continuare a “spulciare” quelle carte antiche, però continuo a trovare nella cassetta postale suoi documenti, ora, per lo più, sono articoli di giornale riguardanti notizie sulla natura.
Ieri il suo materiale “furtivo” non lo ho trovato nella cassetta – è troppo grande -, ma appoggiato al cancello del giardino. Sono i primi due volumi dell’Enciclopedia del Cacciatore¹ (risalente al 1967). Sia se Paolo intenda limitarsi a questi due volume, sia se abbia intenzione, un po’ alla volta, di recapitarmi l’intera opera, non li terrò – nella mia libreria il posto scarseggia.
Già che ci sono, però, gli do un’occhiata.
Nella presentazione trovo scritto: “Definire la caccia uno sport è troppo poco, definirla un’arte può essere forse troppo”. Più volte il testo parla di “nobiltà della caccia”. Chissà se l’uccello migratore, affamato e stremato dal lungo viaggio, che tenta di posarsi in una delle poche zone umide sopravvissute nella nostra penisola, colga tutta questa nobiltà quando il piombo trafigge le sue carni?
Sportivi, artisti, nobili, sono i complimenti fatti ai cacciatori in questa enciclopedia vecchia di quasi cinquant’anni, ed ora? Di sicuro nella popolazione italiana è maturata una sensibilità diffusa verso la protezione del patrimonio naturale, della fauna selvatica e degli ecosistemi. Secondo un sondaggio nazionale svolto quest’anno² la maggior parte degli italiani pensa che la caccia vada: o fortemente ridotta (13%), o limitata a pochi casi di emergenza (34%), o vorrebbe abolirla (27%). Eppure, nonostante la contrarietà del 74% degli italiani, il Ministro dell’Agricoltura nella proposta di legge sulla caccia in discussione in Parlamento, oltre ad accontentare le richieste del mondo venatorio, ha trovato un altro complimento da rivolgere ai cacciatori: “bioregolatori”. Infatti, la proposta di legge ridefinisce la caccia come un’attività che contribuisce alla salvaguardia della biodiversità. Con la scusa di tenere i cinghiali sotto controllo, la proposta di legge allarga a dismisura gli spazi e le possibilità per l’attività venatoria (stagione venatoria più lunga, caccia durante la migrazione pre-riproduttiva, più specie cacciabili, rilancio della pratica dei richiami vivi, aumento delle zone in cui si può sparare, riduzione del controllo scientifico); eppure molte di queste modifiche alla legge attualmente in vigore non hanno nulla a che fare con i danni provocati dai cinghiali.
Ma torniamo all’enciclopedia. La materia è trattata secondo un ordine alfabetico. I due volumi in mio possesso coprono le lettere da “A” a “CA”.
Decido di controllare le specie presenti in questa ristretta gamma; mi soffermo sull’Alzavola.
La frase “Da noi è di doppio passo (ottobre e marzo)” mi fa tornare alla mente che è questo il periodo giusto per rilevare la presenza della piccola anatra di superficie.
Ogni anno, dal 1997, anno in cui la Provincia di Pesaro e Urbino ha istituito l’Oasi faunistica Stagno Urbani, estesa per circa 110 ettari lungo il fiume Metauro, osservo questa specie durante tutto l’inverno. I primi gruppi arrivano intorno a metà agosto, ma è da metà settembre ai primi di ottobre che la sua presenza si fa consistente, persistendo per tutto l’inverno.
Nella tarda mattinata raggiungo lo specchio d’acqua. Si è molto ridotto – da diverso tempo non piove e le temperature sono ancora estive. Le dimensioni di ciò che resta dello stagno non sembra più consentire ospitalità alle folaghe (presenza altrimenti costante in tutte le stagioni). Trovo però numerose alzavole; sono suddivise in tre gruppi lungo le sponde. Le conto: 46 (ma la presenza di altre potrebbe essere occultata dalla vegetazione o dalla conformazione della sponda.

Indossano l’abito eclissale. Non ci sono i colori vivaci della livrea nuziale dei maschi; nel loro capo manca la colorazione verde metallica, che è presente solo nello specchio alare.

Qualcuna si alimenta, qualcun’altra si rassetta il piumaggio ma la maggior parte dorme, su una zampa sola, la testa girata all’indietro, il becco infilato tra le piume della spalla e bianche palpebre coprono gli occhi. Chissà da dove vengono? Quanti chilometri le loro ali avranno macinato?

Condividono le sponde con decine di testuggini palustri americane e con diverse gallinelle d’acqua.
Le prime immobili a scaldarsi al sole, continuamente in cerca di cibo le seconde.

Una gallinella si fa strada tra la folla di alzavole; le sveglia quando le sfiora e provoca una loro debole reazione – una beccata a vuoto che significa “passa più lontano”. A volte si ferma un attimo; sembra osservarle e chiedersi – lei che molto probabilmente fa parte degli esemplari che si sono riprodotti qui – da dove siano saltate fuori tutte queste anatre.

Io le alzavole non le vedevo dallo scorso marzo, da quando anche gli ultimi esemplari svernanti se ne erano andati, diretti verso i territori riproduttivi. Ora eccole di nuovo, numerose, pronte a passare l’inverno in questo specchio d’acqua – sperando che le piogge permettano il ritorno alle normali dimensioni.
Si sente qualche sparo provenire dall’esterno della piccola oasi sul Metauro; sono i “bioregolatori” di Lollobrigida.
“Mite e cede facilmente ai richiami” riporta l’enciclopedia sull’Alzavola. Cede così facilmente ai richiami che, prima dell’istituzione dell’oasi, quando anche in questo specchio d’acqua era consentito l’ingresso ai “custodi della biodiversità”, difficilmente ci si poteva imbattere in questa specie.
Nota
- Fratelli Fabbri Editore
- sondaggio IPSOS DOXA commissionato nell’agosto 2026 dalla Fondazione Cappellino
Didascalie foto:
da 1 a 4 – Alzavole, Stagno Urbani (Fano), 4 ottobre 2026
5 – Gallinella d’acqua tra la “folla” di alzavole









