Consigliare un libro, in questi giorni di proteste sociali e furto con scasso da parte di dodici/tredicenni che hanno fracassato quel fragile diaframma tra l’oggetto dei loro sogni e la loro realtà di sfigati (che mai l’avrebbero ottenuto, quel paio di scarpe), può sembrare educativo, ma non lo è. Non nel senso usato e abusato dall’esercito di giornalisti e pedagogisti che hanno subito cercato di spiegare il fenomeno alla piccola borghesia preoccupata e benpensante. Forse a queste persone manca l’esperienza di essere vissuti nei luoghi da dove questi ragazzini provengono o temono di finirci. E soprattutto da dove proviene quello strano incomprensibile status sociale che i tartufi dei giornali chiamano “disagio”, senza accorgersi della loro comicità involontaria. Senza fare tante analisi socio-politiche, consiglio un libro uscito in Italia solo nel 2024 ma che è uscito in Inghilterra nel 2012. Come ho ucciso Margaret Thatcher, un romanzo di Anthony Cartwright. La traduzione è di Alberto Prunetti, che dirige la collana Workingclass per le edizioni Alegre.
Siamo nel clima dei film di Ken Loach, ma il tono è un’ironia cruda e divertita. Soprattutto, è un libro che coglie il quadro generale, il quadro di riferimento, senza il quale i discorsini sul fallimento della famiglia, della scuola, e sull’invasione della tecnologia risultano una collezione di frasi fatte, figurine preconfezionate, senza l’album. Da dove proviene il “disagio”? “Adesso una persona esecrabile si affaccia quotidianamente dallo schermo della televisione, decisa a distruggere il mondo industriale in cui la sua comunità vive, a cominciare dalla fabbrica dove suo padre, esperto manutentore, ripara le macchine”. La faccia è quella di Margaret Thatcher. La desertificazione dei distretti industriali per traslocarli in altre parti del mondo, dove il lavoro costa meno, cioè in pratica un ritorno allo schiavismo, significa davvero una moltiplicazione dei pani e dei pesci, di merci che circolano in tutto il globo, ma sempre più a distanze siderali da chi dovrebbe comprarle, perché nel frattempo la classe lavoratrice ha perso il lavoro e i diritti, ha perso il suo potere d’acquisto, soprattutto deve inventarsi nuovi mestieri, sempre più precari, o illegali. Come vivono queste persone? Quei mutui che stavano pagando per la casa, non è più possibile onorarli. Quello che è accaduto e ancora accade è un enorme disastro sociale che ha un nome e cognome e milioni di anonime vittime.
Il libro si muove tra un prima, nell’infanzia del protagonista, e un dopo, quando lui stesso racconta ciò che è successo alla sua famiglia, con una consapevolezza che cambia, da bambino a giovane, e infine da adulto. Disastri ambientali, industriali, sociali, famigliari. Tutti firmati Margaret Thatcher. Così, un po’ cinematograficamente, emerge quel desiderio di rivalsa e di vendetta che dà il titolo al romanzo. La lady di ferro (con la faccia di bronzo) aveva convinto a votarla anche parte della classi lavoratrici, e questo credo che sia ancora oggi un problema, forse il problema, cioè la grande trasformazione della lotta democratica per la giustizia sociale in una lotta per un paio di scarpe.










