Neolingua

Dialoghi con le forme

Un atlante

Come un geco sui muri,
fermo e silenzioso appare
da un tempo sprofondato.
Quasi invisibile il tessuto
diventato grigio, era bianco,
e sagome accennate, grumi,
forse rami secchi, campanili
come spenti geroglifici,
un sole vuoto. E l’autore
sorrideva dell’impasto.
Lasciatelo così, anno
dopo anno, nella foschia.

Niente diceva dell’altro.
Pensavo che fosse una tela
ma è una tavoletta leggera,
cosparsa di una tenera cipria
bianca, che si è sporcata
invecchiando bene. Vicino
al sasso dipinto di rosso,
c’è un frammento di legno
bruciacchiato e dall’altra
parte della immaginaria
diagonale una pietra lavica,
l’isola del vulcano spento.

Sembra il racconto di una
catastrofe. Annerito dal fuoco
quel legno pare sopravvissuto.
Adesso può indicare qualcosa
che spinge verso tutti i confini.
Tullio ha dipinto di rosso vivo
solo il sasso a forma di cuore.
Inevitabile guardare in alto
o sopra, lungo la direzione
del tempo. Emerge dalle ciprie
biancastre la roccia antracite.
Noi non ci siamo.

Si prepara il temporale

Usava due matite
affiancate, una nera e una blu
per disegnare le nuvole
e i fulmini che incombono,
e con il giallo e il verde
i fiori che spuntano dall’erba,
e un sole stava sotto il prato
sformato come una patata,
e poi tanta aria perlacea
e più sotto una figura umana,
che indossava un impermeabile.
E la sorpresa della pioggia.

Quello era il mio angelo
sperduto, comico e lirico,
con i capelli bagnati eppure
meglio dell’ibrido umano
con le ali con cinque dita
come un ventaglio ripiegato.
Emerso dalle acque nere
di quei luridi anni, sospeso
tra l’ironia e il pianto
stava negli occhi increduli
di chi lo guardava, sconvolto
nei capelli che erano cartigli
spettinati. Senza memoria,
avvilito, impagliato.

Benjamin era in fuga
con quel disegno di Klee
e sapeva che il nemico
non aveva smesso di vincere.
Ma non esiste una filosofia
della storia. E l’orrore
non ci insegue ma aspetta.
Tullio consiglia un ombrello
di seta rosa e un rifugio
sotto un prato verde.

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