Neolingua

Magazzino ulteriore di Gabriele Zani

Il recente libro di Gabriele Zani, Magazzino ulteriore (Bohumil edizioni, Bologna 2026), che ripropone quella “intensità e nitidezza” che Giampiero Neri aveva evidenziato in quanto marca della sua poesia, si apre con due ricordi d’infanzia, ironici e teneri, ma poi fa subito il punto della sua condizione di poeta, con la consueta concretezza e lucidità. “Se c’era un segreto… era in me che dovevo cercarlo”. E dentro di lui trova episodi del passato che cerca di risvegliare, offrendogli una vita nuova, in forma di parole.
Sante il pescatore, il custode del campetto di calcio, il pittore, lo zio Lorenzo, e poi la bella sequenza dedicata alla madre. Lo sguardo di Gabriele, educato a un’ecologia letteraria, alla sobrietà e all’onestà intellettuale, si sposta in giardino, tra piante e merli, dei quali osserva senza aggiungere nulla i comportamenti, come un ornitologo gentile. Ma la realtà è anche crudele. Bastano due pennellate per un quadro. In una sala d’aspetto, in un bar. Con pochi tratti quasi anonimi, Gabriele può fare dell’antropologia e della sociologia, a volte con l’ironia arguta e nello stesso tempo delicata che è un’altra marca della sua poetica. Inoltre, molto controllato come al solito, emerge anche il tono lirico, e ne trascrivo due esempi notevoli:

Dal ciglione della vicinale
in un lembo di boscaglia
tra felci e maestose robinie
svettavano gruppi sparuti di canne
e ogni tanto capitava che una
stanca di stare più a lungo diritta
si piegasse alla terrestre gravità
rimanendo sospesa come un arco
di traverso sopra la strada.

Si era fermato a guardare in alto
l’arco di quella canna
gli ricordava di pietre in rovina
ricoperte d’edera e di muschio
la volta di un portale
ciondolante ad ogni soffio del vento,
e lui s’era fermato sulla soglia
e se ne stava al varco
come in attesa di un cenno per passare.

La poesia di Gabriele Zani è questa. Più complessa di quello che sembra a una prima lettura perché la sua consapevolezza è un’esperienza di vita, viene da uno sguardo che archivia come quello del magazziniere, il quale sa che cosa serve e che cosa non serve, che cosa è di troppo e cosa è indispensabile, e poi che “Non si inventa niente / Si scrive a partire dagli scarti. / Da ciò che gli altri hanno / davanti agli occhi / e non vedono”.
Una nota di Jean Robaey chiude questa breve e forte silloge, che segue a distanza di anni Case finali, il libro uscito per Interlinea nel 2016, con una introduzione di Giampiero Neri. Una conferma, una felicità ritrovata.

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