18 maggio 2026
Sto leggendo un romanzo noir di un autore locale (Francesco Belfiori). La trama si svolge nella mia città (Fano). Alcuni passaggi hanno luogo accanto ad un capanno di pescatori a sud della cittadina adriatica.
«”Davvero”, disse l’uomo steso sul vecchio lettino da spiaggia rappezzato con un telo di plastica colorata. Sorseggiava la birra guardando il mare notturno.
“Non ci credo”, rispose Toni, seduto alla solita sdraia, sotto la tettoia del capanno di pescatori a sud della città. La lamiera della parete alle sue spalle trasmetteva calore, vibrando appena sotto le carezze della brezza marina.[…]
Andrea rispose dopo aver finito la sua Moretti.[…]
È che ho voglia, ho bisogno di girare un nuovo film e ho bisogno di respirare»¹
Ripetutamente, Toni, il commissario di polizia protagonista del giallo, si reca nelle ore notturne nel capanno di pescatori per scambiare idee con l’amico regista:
«”Perché?”
“Perché cosa?”, rispose Andrea, come di consueto steso sulla solita sdraia malandata sotto l’altrettanta malandata tettoia del vecchio capanno di pescatori. La notte era caldissima …»²
E ancora:
«La sdraia cigolò, mentre tendeva il braccio verso la bottiglia immersa in un secchiello lì accanto: una volta serviva a dar vita a futili castelli di sabbia per bambini eccitati, ora serbava in fresco la birra per due vecchi amici che sedevano fissando le righe bianche di schiuma della risacca notturna»³
Queste pagine mi hanno fatto tornare alla mente quelle di un altro libro letto alcuni anni fa. Pagine molto diverse, di poesia, scritte in vernacolo fanese da Andrea Lodovichetti
«Era cald, un mès´ garbin
(mànca i guànt ho prés, fàt cónt
e ho pensât de fâ un saltìn
giù al capàn, per él tramónt.
[…]
So’ già a séda tél sgabèl»
[…]
E guârd él ciél, la testa a pr’âria
anùs´ él sâl, sa j òchi chiusi
mó él relàcs in solitaria
fnìsč da sùbit sa un “mi scusi...”»⁴
A suggerirmi il collegamento tra i due scritti l’aver letto nel risvolto di copertina che l’autore del noir ha esordito nella scrittura di sceneggiature con l’amico e regista Andrea Lodovichetti.
L’autore si diverte a denigrare l’amico regista – «”Ti rendi conto che stai mettendo al corrente dei particolari di un’indagine di polizia un regista sociopatico?”»⁵ -, tra veri amici è consentito prendersi in giro, anche attraverso le pagine di un libro.
Il disegno che integra la poesia ed una nota a piè di pagina (“È una struttura in legno ubicata in un’area verde privata e recintata a ridosso di una spiaggia”) mi avevano suggerito dove era ambientata la poesia, quel capanno dove il regista/poeta nell’immobilità, dopo il tramonto, riordinava i suoi pensieri. Le mie frequenti passeggiate marine si svolgono anche lungo la spiaggia a cui si affaccia il capanno di pescatori.

Decido di passare dal mondo parallelo a quello reale, di tornare a visitare quella spiaggia.
Mentre la percorro, penso a come sia cambiata nei decenni. Prima dell’espansione urbanistica, fino agli anni ‘60, dall’ex poligono militare alla foce del Metauro non c’erano stabilimenti balneari e costruzioni. Si coltivavano cavoli ed altri ortaggi poco fuori della portata delle mareggiate. Restano, come testimoni, alcuni filari di tamerici; servivano a proteggere le colture dalla bora.
Spesso i coltivatori degli orti con vista sull’Adriatico erano anche pescatori; al ritorno dalla pesca, tiravano a riva le loro piccole imbarcazioni e riponevano nei capanni, accanto agli attrezzi agricoli, remi, reti, rande, nasse e rastrelli per le vongole.
Ormai tutto il lungomare – oggi lo chiamano water front – è destinato al turismo balneare, deve essere accogliente e, anche se le spiagge in estate si trasformano in un carnaio, deve presentarsi come un salotto di rappresentanza. Pure da queste parti, lontano dalle spiagge a ridosso della città e dalla bolgia odorosa di creme solari, ci sono prati curati; c’è chi, proprio ora, sta usando il tagliaerba. Sui prati verdi e rasati diversi caravan e qualche persona già in costume.
Ritrovo il capanno, ci sono ancora le barche da pesca accanto ad una vecchia tamerice isolata posta all’esterno della recinzione – le sue radici affondano nella ghiaia della spiaggia -; ma non vedo più l’accatastamento di nasse e di altri attrezzi per la pesca che avevo visto in precedenza accanto al capanno.

Forse, anche quella rimessa per la pesca, quel residuo di rusticità, dovrà rassegnarsi, e lasciare il posto a verdi prati curati.
Citazioni bibliografiche
¹ Francesco Belfiori, La quinta parete, Calibro9 Gialli&Noir, 2025, p.77
² Francesco Belfiori, La quinta parete, Calibro9 Gialli&Noir, 2025, p. 94
³ Francesco Belfiori, La quinta parete, Calibro9 Gialli&Noir, 2025, p. 127
⁴Andrea Lodovichetti, Le magì del capàn. In: Sovrapensiér. Poesie in vernacolo fanese, 2019, p. 71
⁵ Francesco Belfiori, La quinta parete, Calibro9 Gialli&Noir, 2025, p. 129
Didascalie foto:
1 – Le Brecce (Fano), dicembre 2024
2 – Le Brecce (Fano), maggio 2026
Francesco Belfiori

Francesco Belfiori è un maestro elementare, specializzato nell’insegnamento ad alunni con deficit, presso la scuola di Piandimeleto. Vive con Laura nelle campagne marchigiane, a Sant’Angelo in Vado, e si divide tra orto, motocicletta, gatti e totale (e amato) isolamento. Esordisce nella scrittura di sceneggiature con l’amico e regista Andrea Lodovichetti (LOBECA FILM), con cui vince numerosi festival. Per Novecento Editore, insieme al fratello Giovanni, ha pubblicato nel 2016 Le parole mute del tempo. Con Laurana ha pubblicato nel 2019 Dietro le quinte, il primo romanzo con protagonista il commissario Toni Nastasi.








