Non c’è bisogno di alcuna scoperta scientifica: il mondo parallelo esiste. Posso testimoniarlo perché è quello in cui passo la maggior parte del mio tempo. Poi esco per vedere che succede nell’altro, e diventa un’avventura anche comprare il pane. Non sai nemmeno se abbiamo consuetudini in comune perché sono tutti attratti da piccoli schermi portatili, che li confortano in ogni momento della giornata. Sono persone facilmente eccitabili e manipolabili, possono diventare crudeli se non si sentono apprezzate. Bisogna comprendere in quale situazione vivono e quindi non bisogna creare contrasti. Tanto meno prospettare un mondo migliore.
Il narcisismo è la loro ragione di vita. Qualsiasi professione svolgano è comunque secondaria rispetto a quella di influencer. Lì danno il meglio. Sono fenomenali nel cancellare ogni confine tra realtà e allucinazioni, verità e menzogna, onestà e illegalità, profondità e superficialità. Nel loro mondo tutto può essere vero e così non si affaticano a distinguere e – caso stranissimo – non sono felici.
Nemmeno nel mio mondo parallelo si vive felici. Quelli del mio mondo parallelo sono rimasti in pochi, comunicano tra loro valori che sono scomparsi, che si sono estinti, che non fanno più parte della comunicazione sociale e culturale. Quindi ci resta questa curiosità di osservatori. Quando decidiamo di uscire di casa, l’unica cosa che ci aiuta è la nostra residua antropologia, una specie di cordone ombelicale che, sebbene invisibile, ci collega ancora alla realtà.
Ma non abbiamo più bisogno di comprendere quelli dell’altro mondo perché neanche ci vedono. Siamo invisibili, e questo è un bene, forse, ma anche una profonda delusione. C’è molto imbarazzo a condividere lo stesso pianeta e quasi tutti i luoghi comuni.
“amico, tu e io sappiamo che la vita è un’invenzione folle, vero?” Cees Nooteboom, Pioggia rossa, Iperborea 2025.

[Immagine: una fotografia di Paolo Talevi, 2024.]








