Un’osservazione semplice semplice spiega il nostro tempo. Il volume delle automobili in circolazione è cresciuto di circa il 35 %. Le strade sono sempre le stesse. Anzi, per fare spazio alle piste ciclabili, giustamente sempre più necessarie, le strade sono più strette. Nei centri storici italiani, che ereditano gli spazi di antichi borghi medievali, i passanti devono camminare rasentando i muri.
Uno guarda passare queste automobili e giorno dopo giorno le vede lievitare. Alcune sembrano corazzate, forse con vetri anti-proiettili. Ci stai al sicuro, lì dentro. Sono quelli che stanno fuori e camminano che devono preoccuparsi. Si restringono gli spazi per i pedoni. E anche nei garage.
Perché? Non credo che ci siano spiegazioni. Un bisogno di sicurezza, almeno dentro l’auto, visto che tutto il sistema scricchiola. Niente è sicuro là fuori. Dal lavoro ai soldi in banca. Ma l’auto amplia il proprio ego, che transita regalmente tra le case. Il problema è che l’apparenza inganna.
Queste auto in effetti sono molto cinematografiche. Chi le guida ha l’impressione di stare in un film. Poi però deve chiedersi come e dove parcheggiare, e se in quella stradina riesce a entrare. C’era una Jeep a tre finestrini, forse adatta a una banda di scassinatori o al trasporto di almeno cinque figli, e ne è sceso un tipo esile non più alto di un metro e sessantacinque, che forse aveva bisogno di aiuto per scendere. Un’altra automobile aveva un cofano lungo come tutta la mia auto. Affiora agli incroci come il muso di una balena, poi scivola via fino alla coda.
Nell’epoca della sua totale perdita di razionalità, il nostro venerato sistema economico ha una evidente insensibilità alla farsa. Proprio non se ne rende conto.









