Ascolto Jannacci e mi diverto e sento di condividerne temi e modi e mi cresce dentro un’ammirazione sconfinata per la sua voce, proprio perché non eccelsa, limpida, fluida. Forse sarà il fascino dei racconti che mi è capitato di leggere e ascoltare sul Bar Jamaica, o sul Derby, le notti di Milano agli inizi degli anni sessanta. Mi piace immaginare che lì si creava della musica carnevalesca, irriverente, grottesca, popolare, parodica, e anche un po’ utopica e sovversiva. Dario Fo, Cochi e Renato, Gaber, Jannacci, l’anarcoide Bianciardi, Beppe Viola. La vita agra è già un calembour sul film felliniano. Dario Fo canta dal ’59 al ’67 l’indimenticabile Ho visto un re, e in seguito le variazioni saranno ad libitum. Jannacci suonava con Stan-Getz, Gerry Mulligan, Chet Baker, e Franco Cerri. Poi i tempi cambiano. La politica cominciava ad essere presa maledettamente sul serio, con aspetti anche positivi, e degenerazioni. Il denaro è il muro recitava un volantino della sinistra berlinese citato dal grande drammaturgo Heiner Müller. Poi hanno abbattuto il muro e tirato su muri dappertutto. Ma allora c’era questa Milano oggi scomparsa, che aveva il suo genio di capitale morale, prima della Milano da bere, terra di nessuno e preda. Ma prima, c’era questo miracolo cabarettistico e musicale, fortemente nutrito di cultura alta e popolare, una commistione di folklore e jazz, di Carlo Porta e surrealismo, di esistenzialismo francese e ribellismo inglese. In quanti modi si può cantare Ho visto un re? E’ come il canovaccio di una musica giullaresca all’interno della quale ognuno può inventare, allungare e restringere i tempi. E il dialetto? El purtava i scarp del tennis è del 1964: una storia ironica e dolorosissima cantata con una voce divertita e colorata di pietas. Il lamento dell’abbandonato Giovanni telegrafista, con quelle sequenze di i luttuose che diventano tragicomiche (“piripiripiri…”) e, ancora, l’assoluto valore lirico di una canzone come E l’era tardi.
Jannacci ha una propria voce poetica, uno strumento naturale, irripetibile, giocoso e malinconico. Però poi si riscatta, non finisce mica lì. Ha un sottofondo, una molla che fa scattare lo sberleffo. A volte avvengono improvvise godurie comiche, ma davvero irresistibili, come Faceva il palo (1966) o il tormentone apparentemente banale ma sottilmente caustico che nel ’68 viaggiava in parallelo con la contestazione, Vengo anch’io, no tu no. E poi tutto il resto. Vorrei che non venisse mai dimenticato, che continuasse come poeta a cantare le sue strofe schizoidi, intelligenti e fraterne, come se il messaggio partito dalle lambrette di quegli anni arrivasse soltanto adesso, come il suono partito qualche anno luce fa da un pianeta vicino: un modo per esorcizzare la stagnazione contemporanea, in ogni campo, e augurare nello stesso tempo lunga vita al re, e a chi ha visto il re, e a chi riesce ancora a vedere il re nudo.
Immagine: un quadro di Stefano Paci (2026)








