Il mare dorato
sotto la bianca luce del cielo.
Sono solo come sempre
nella cabina 12161.
Ascolto il fragore dell’acqua
tagliata dalla nave.
La coperta sul letto è rosso bruciato con sfumature chiare.
Da fuori entra un’aria calda e umida,
porta una fissità leggera
a questa mia inquietudine.
Qualcuno dovrà pur bussare alla porta,
ma prima sentirò i suoi passi
cammini invisibili tra questo divano
e il nulla.
Non il mare, non le parole
per recuperare nel silenzio una memoria,
solo l’indifferenza del mondo
e la nostalgia di un ritorno senza scampo.

(29 luglio 2021)

*

Una realtà autobiografica, ma di piccolo taglio, di minuta quotidianità, descrive sensazioni e ambienti scarnificati, come distaccati e sospesi nel tempo, dove i sentimenti vivono fra l’ambiguità del rifiuto e l’imposizione del vivere, nella sua trama esistenziale e insopprimibile. La memoria si affaccia nel silenzio, sganciata dagli elementi evidenti della situazione reale («non il mare, non le parole»), per indicare nell’«indifferenza del mondo» la «nostalgia di un ritorno senza scampo».

Meno corposa e terragna di quella di Piersanti e meno denudata di senso, direi quasi persino dell’ombra di racconto e di sentimenti, rispetto a quella di Marco Ferri, la poesia di Daniele Ricci è attenta, anzi preoccupata, della forma, come è oggi gran parte della poesia italiana, ma tuttavia non rinuncia a tracciare per il lettore un racconto comprensibile, per quanto privo di indugi sul richiamo immediato di sentimenti e sentimentalismi e di più leggibili forme. Dalle polemiche ormai lontane del Gruppo ’63 è rimasto, in gran parte della poesia italiana, il pudore dell’espressione diretta e forte del proprio mondo interiore. La lirica – e in proposito proprio l’esperienza di Marco Ferri e della rivista «Cartolaria» negli anni fra il 1988 e il 1998, diretta dallo stesso Ferri, da Gabriele Ghiandoni ed Ercole Belluci – cerca nuove strade nella ricerca formale e nella «depressione» (uso di proposito questo termine) dei contenuti. Non più forma e contenuto, secondo una formula estetica classica, ma forma come contenuto. Ricci evita però di cadere nell’estremismo di questa estetica che prosciuga i testi e li rende leggibili solo agli esperti, chiusi in una nicchia iperletteraria di fatto «vietata» ai lettori comuni. La sua è una poesia leggibile e, pur evitando le «ridondanze del cuore», sa dare al lettore attento la soddisfazione di comprendere ed anche, talvolta, di identificarsi nel suo percorso esistenziale.

La «lezione» non è, comunque, quasi mai diretta. Il bricolage di cose, movimenti, idee, sentimenti in cui è immerso il nostro tempo quotidiano sembra soffocare i punti forti in cui la vita assume valore, o almeno senso, o significato. Ma quando poi questi si rivelano, il poeta scopre la «meraviglia», con discrezione, quasi incredulo e timido. Ed è proprio attraverso e oltre il velo dell’incredulità e della discrezione e timidezza che il lettore deve scoprire la «meraviglia» e apprendere la sua «lezione» nei versi di Daniele Ricci. Poesia lirica e come tutta la lirica carica di introspezione psicologica e autobiografica, ma dove il «cuore» non sembra parlare in modo diretto, nell’«io» dello scavo interiore, bensì attraverso gli oggetti e le situazioni in cui vive e che quotidianamente deve affrontare.

*

Successivamente (ottobre 2023) Ricci ha pubblicato una nuova raccolta intitolata «Il filo del vento» (Dialoghi editore), che però riprende poesie precedenti degli anni 1998-2005. Qui lo «stile» dell’autore è più vicino a quello «tradizionale» e pare più leggibile per il lettore comune. Ne parlerò.

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