Filobus66 nasce in una giornata di noia e nausea, in un posto dove nessuno fa niente per niente. Purtroppo i giovani capiscono subito l’aria che tira e soprattutto che il mercato non è, come cantavano Cochi e Renato, sottostante, ma sovrastante. Quasi tutti si adeguano ad una qualità desolatamente formale. Senza contare la sindrome cinese del ricalco perfetto e vendibile su scala planetaria. Si diffondono le scuole di scrittura quando dovrebbero diffondersi, specialmente da noi, le scuole di lettura. E poi, il passo successivo, parafrasando Ivan Illich, sarebbe quello di descolarizzare la lettura. Di renderla più esigente e meno ingenua o meglio: non facilmente raggirabile da qualche lirico dalla voce tragicamente impostata (Persio insegna) o qualche narratore alle prese con il suo compitino giallo e nero o qualche evoluto chef da cucina letteraria internazionale. Che fare? C’è poco da fare. Si consiglia qualche libro, si cita qualche frase illuminante, si prova qualche sfogo, si dialoga con amici per capire meglio quello che hanno fatto, si fanno prove di traduzione eccetera, tutto quello che può venire in mente a chi cerca di stare dove si trova, e prova a capirci qualcosa.  

Particolare di un quadro di Valter Gambelli

c’è stato un temporale

di quelli che sfuggono

agli archivi e ai diari

e lasciano specchi opachi

ai margini delle strade

come sudice code invernali

come pezze di stoffe

scucite, come una cornice

bucata dalle tarme, vetri con le muffe

polvere sui lampadari

*

fiuta la neve nelle ossa,

sulle finestre illuminate

di giallo serale passano

lenti arcipelaghi, con i loro destini

di primo mese dell’anno,

grandi laghi volati via

già archeologia

*

quella virgola

chiamata ipotalamo

manda in pensione il cuore

la vecchia pompa

e anche millenni di filosofia

nebbiosa come questo pomeriggio

e patetica come una sbilenca

macchina da scrivere

[poesie escluse dall’antologia Come è passato il tempo, 1980-2020, Marcos y Marcos 2022]

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