Su Israele si possono dire tante cose, presenti o passate: dalla reazione, smisuratamente crudele e improntata a pulizia etnica dopo l’attentato mortifero del 7 Ottobre, all’attentato stesso, sul quale il governo Netanyahu non ha mai dato spiegazioni tali da dissipare il dubbio che sia stato “consentito”, a perfetta giustificazione dell’annientamento dei gazawi che ne sarebbe seguito. Israele è uno Stato senza confini, che adotta il criterio attribuito a Gengis khan («Il mio impero arriva dove arriva la mia lancia»), abile nelle lamentazioni perpetue contro i nemici che lo circondano, inabile a vedere quel che tutti vedono (che è uno Stato di europei bianchi che si dicono semiti), risolutamente convinto di essere a casa propria, e non in terra altrui, da cui peraltro negli ultimi ottant’anni ha più e più volte cacciato, espulso o ucciso chi lì abitava. A un certo punto Abba Eban, ministro degli Esteri fra 1966 e 1974, ebbe un’idea brillante e mediaticamente efficace: usare l’accusa di antisemitismo contro chiunque criticasse, di Israele, non solo l’esistenza ma anche la politica. Fino alla recente mattanza, sistematica e premeditata di Gaza (sia o non sia “genocidio” qui non conta), credo sia capitato a tanti di sentirsi dire che essere antisionisti equivaleva a dichiararsi antisemiti. È successo anche a me.
Occorre dunque riflettere. Anzitutto, che cos’è l’Ebraismo? Moni Ovadia lo definisce un complesso pensiero etico e spirituale, una religione fondata su una ortoprassi, cioè un insieme di comportamenti e di regole. Ma la Bibbia fin dal Genesi esprime un principio universalistico, cioè che tutti gli uomini discendono da un unico principio. Abramo riceve infatti da Dio una benedizione unica e universale (“In te si riconosceranno tutte le famiglie della terra”), che comprende anche, ma non solo, gli ebrei.
Il punto su cui voglio concludere è però un altro. Prima di Gaza le violenze contro gli autoctoni commesse dallo Stato ebraico, compreso quel dislocamento che i palestinesi chiamano Nakba, di solito erano spesso valutate come un male “naturale”. Come mai per tanti era normale che gli ebrei tornassero in Palestina? Credo c’entri, per noi italiani, la narrazione catechistica che racconta di Mosè, di Salomone, di Sansone e Dalila, di Giuditta e Oloferne. Ma le antichità ebraiche (compreso l’Esodo) hanno la consistenza leggendaria di Numitore e di Amulio: mentre però nessuno crede davvero che Numa Pompilio colloquiasse con la ninfa Egeria, tutti abbiamo sentito e visto in quadri e al cinema, quindi interiorizzato, che sul Sinai Mosè ha ricevuto la Legge da Dio; nessuno crede che Enea abbia ucciso davvero Turno, ma tutti sappiamo che Davide ha ucciso Golia; ecc. La visione cristiana ha legittimato, in qualche modo lo Stato di Israele. Un tema su cui tornerò. Ma un “popolo” ebraico non esiste, come non esiste un “popolo” cristiano. Esistono certamente una religione e un contesto culturale vivacissimo e affascinante, ma la Bibbia storicamente parlando vale quanto l’Eneide o le saghe norrene.
Riccardo Paolo Uguccioni
[immagine: particolare di un quadro di Valter Gambelli]








