Filobus66 nasce in una giornata di noia e nausea, in un posto dove nessuno fa niente per niente. Purtroppo i giovani capiscono subito l’aria che tira e soprattutto che il mercato non è, come cantavano Cochi e Renato, sottostante, ma sovrastante. Quasi tutti si adeguano ad una qualità desolatamente formale. Senza contare la sindrome cinese del ricalco perfetto e vendibile su scala planetaria. Si diffondono le scuole di scrittura quando dovrebbero diffondersi, specialmente da noi, le scuole di lettura. E poi, il passo successivo, parafrasando Ivan Illich, sarebbe quello di descolarizzare la lettura. Di renderla più esigente e meno ingenua o meglio: non facilmente raggirabile da qualche lirico dalla voce tragicamente impostata (Persio insegna) o qualche narratore alle prese con il suo compitino giallo e nero o qualche evoluto chef da cucina letteraria internazionale. Che fare? C’è poco da fare. Si consiglia qualche libro, si cita qualche frase illuminante, si prova qualche sfogo, si dialoga con amici per capire meglio quello che hanno fatto, si fanno prove di traduzione eccetera, tutto quello che può venire in mente a chi cerca di stare dove si trova, e prova a capirci qualcosa.

c’è stato un temporale
di quelli che sfuggono
agli archivi e ai diari
e lasciano specchi opachi
ai margini delle strade
come sudice code invernali
come pezze di stoffe
scucite, come una cornice
bucata dalle tarme, vetri con le muffe
polvere sui lampadari
*
fiuta la neve nelle ossa,
sulle finestre illuminate
di giallo serale passano
lenti arcipelaghi, con i loro destini
di primo mese dell’anno,
grandi laghi volati via
già archeologia
*
quella virgola
chiamata ipotalamo
manda in pensione il cuore
la vecchia pompa
e anche millenni di filosofia
nebbiosa come questo pomeriggio
e patetica come una sbilenca
macchina da scrivere
[poesie escluse dall’antologia Come è passato il tempo, 1980-2020, Marcos y Marcos 2022]








