13 febbraio 2026

A distanza di cinque giorni, torno allo Stagno Urbani.

Nel piccolo stagno laterale è ancora presente la giovane nitticora; ciò sembra confermare che per svernare ha scelto questo angolo palustre del Metauro. 

Sta sullo stesso ramo della volta scorsa. Sotto di lei, a pochi decimetri, la solita folaga. In questa mattinata mite il sole giunge ad illuminare direttamente il piumaggio della nitticora; sui rami intorno a lei i riverberi tremolanti dei raggi riflessi dalla superficie acquatica sottostante.

Ci sono nuovi ospiti in quell’intrico: alcune testuggini palustri americane sopra dei rami che affondano in acqua, i loro carapaci esposti al sole.

Anche oggi, per due volte, noto la folaga trasportare nel becco del materiale vegetale (un frammento di cannuccia ed un rametto) che deposita in quello che potrebbe essere un abbozzo di nido. 

Nello specchio d’acqua principale le folaghe ingaggiano frequenti lotte territoriali: reagiscono agli “sconfinamenti“ con inseguimenti sull’acqua, mentre in questo piccolo stagno non ci sono dispute: qui c’è posto per una sola coppia.

 

Per un po’ la folaga si dedica a sistemare quel materiale vegetale; operosità che, forse, piace al suo partner che naviga vicino ma che lascia indifferente l’inquilino del piano superiore. Completato il lavoro, il becco della folaga si rivolge al carapace di una testuggine, forse giudicata troppo vicina al nido; beccata che non sortisce effetti.

Anche oggi vedo la nitticora rassettarsi il piumaggio;  quando fa un movimento troppo brusco la folaga sottostante si spaventa e si allontana. Non è ancora tornata quando la nitticora evacua, le sue deiezioni cadono poco discoste dalla “postazione” della folaga.

D’altra parte, si sa, vivere in un condominio comporta l’accettazione dei comportamenti, a volte molesti, dei vicini.

17 febbraio 

Stamane faccio ancor più fatica a vederla. Solo perché so dove dirigere il binocolo, inquadro la nitticora sul solito ramo, ma un po’ in alto. Il suo piumaggio si confonde con la colorazione della corteccia. Mi torna alla mente ciò che ho letto sul web: “Trascorre le ore diurne rannicchiata tra la fitta vegetazione (alberi o cespugli) vicino all’acqua”. In quel groviglio vegetale riesco comunque a scorgere il becco e l’occhio arancione.

L’albero su cui sta ha il tronco completamente avvolto da un’estesa macchia di rovo; fuoriescono solo i rami che si protendono verso l’acqua (o che ci finiscono dentro). Quel luogo è inespugnabile, né esseri umani, né altri mammiferi possono giungere lì.

Mentre il mio binocolo punta sull’ardeide immobile, mi giunge, è la prima volta che accade, una voce da un altoparlante; proviene dal capannone costruito a breve distanza, sul lato opposto della strada dove c’è l’ingresso allo stagno. Finora era stata solo la sua immagine ad incombere, riflettendosi sullo specchio d’acqua. Evidentemente non è più solo un cantiere: il capannone deve essere entrato in funzione. Un tempo al di là della strada, dietro alla siepe di campagna, c’erano solo campi, ora capannoni. Eppure, nonostante la vicinanza con la zona industriale, la nitticora deve ritenere questo angolo palustre nel fondovalle del Metauro un posto tranquillo; adatto come rifugio diurno.

19 febbraio 

Nel pomeriggio, quando ha smesso di piovere, sono tornato allo Stagno Urbani.

Lanitticora sta sul solito albero, circa un metro e mezzo sopra l’acqua, senza mutare posizione.

Ho atteso, sperando di vederla attivarsi, anche se so che questa specie aspetta il buio della notte per iniziare le perlustrazioni in cerca di cibo (rane, pesci, invertebrati acquatici); non vuole la competizione con altri aironi. Mi torna alla mente una giovane nitticora, vista in estate diversi anni fa proprio qui allo Stagno Urbani, scacciata in malo modo da una garzetta; il candore di quelle penne celava un’aggressività a cui l’indole delle nitticore non era riuscita a contrapporsi; ecco perché aspettano che gli altri aironi si addormentino.

 

Nel piccolo stagno mentre la coppia di folaghe ha cercato incessantemente cibo (con continue immersioni) ed un branchetto di luì piccoli si agitava nei rami dell’albero, in più di un’ora e mezza la nitticora in attesa della notte ha compiuto solo una leggera rotazione del corpo. 

Il sole ha incominciato a tramontare, la luce si è fatta meno intensa; avanzando crepuscolo, il paesaggio intorno ha via via perso quasi completamente i colori.

Quando le lancette dell’orologio segnano le 6 lascio la nitticora protetta dal groviglio di rami; il barlume della luce residua non mi permette quasi più di individuare la sua figura. Risalgo lo stradino d’ingresso, di fronte i fari accesi del capannone. Mi giunge il canto strillato di un usignolo di fiume; quell’esecuzione sembra salutare l’arrivo del buio. 

21 febbraio

Ho capito che è praticamente impossibile assistere al momento in cui la nitticora lascia il suo rifugio per procurarsi il cibo; è possibile almeno cogliere il suo rientro? 

Non si può definire alba quando esco di casa; solo ad est, basso sull’orizzonte, è comparso il leggero chiarore rosa dell’aurora. Parcheggio davanti allo stradino d’ingresso dello stagno; indosso gli stivali illuminato dai fari accesi del capannone industriale ancora silenzioso. 

Sono le 6,30 quando da una finestrella del capanno punto il binocolo verso l’albero proteso sull’acqua (il sole sorgerà alle 7.04). Il debole chiarore dell’alba mi permette di appurare che la nitticora non è ancora rientrata. Seguo la solita coppia di folaghe; di tanto in tanto raccolgono col becco dei frammenti vegetali ma, anziché sotto l’albero, oggi li trasportano in un altro punto del bordo dello stagno. Forse non è ancora tempo di costruire il nido ma intanto si preparano, fanno prove. Mentre seguo col binocolo una delle due tornare sotto l’albero, sono le 6.45, noto la nitticora. Mi è sfuggito il momento in cui è giunta, ma deve essere appena avvenuto, non è ancora salita al “suo appartamento”, sta al piano terra, anzi piano acqua; è ferma, posata su un ramo sommerso. La folaga, a pochi decimetri, solleva col becco qualche frammento vegetale, ignorando la sagoma immobile.

Alle 6.54 la nitticora ha ripreso posto sul solito ramo; dopo la notte di caccia la attende un’altra giornata da trascorrere, inattiva, nel suo rifugio.

22 febbraio 

Oggi non sono qui per lei. Questa domenica mattinata i volontari dell’Argonauta, l’associazione che gestisce lo Stagno Urbani, si sono dati appuntamento per la manutenzione del verde, per liberare i sentieri dal rovo e dagli alberi caduti. Io, oltre ai guanti di lavoro e alle cesoie, ho portato il binocolo. Durante una pausa dal lavoro, mi reco nel capanno: la nitticora c’è. Al termine del lavoro, prima di andarmene, è quasi mezzogiorno, torno a controllare: si è spostata di poco, verso la parte di ramo ricoperto di gialli licheni che sporge sullo stagno. Le voci dei volontari, non troppo lontane, non l’hanno costretta a lasciare il suo rifugio. 

Didascalie foto:

1 – Nitticora, 13 febbraio 2026, Stagno Urbani (Fano)

2 – Nitticora e folaga con rametto nel becco, 13 febbraio 2026 Stagno Urbani (Fano)

3 – Lotte tra folaghe, 13 febbraio 2026, Stagno Urbani (Fano)

4 – Folaga e testuggini palustri americane,13 febbraio 2026, Stagno Urbani (Fano)

5 – Nitticora si rassetta il piumaggio, 13 febbraio 2026, Stagno Urbani (Fano)

6 – Nitticora, 17 febbraio 2026, Stagno Urbani (Fano)

7 – Albero rifugio della nitticora, 17 febbraio 2026, Stagno Urbani (Fano)

8 – Stagno Urbani e capannone industriale sullo sfondo, 21 febbraio 2026

9 – Nitticora, 19 febbraio 2026, Stagno Urbani (Fano)

10 – Nitticora giovane scacciata da una garzetta, 12 agosto 2012, Stagno Urbani (Fano)

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