1. Reduce dalla presentazione di Amato popolo, l’ottimo volume del costituzionalista Antonio Cantaro pubblicato di recente, ripensavo ad alcune riflessioni che l’autore aveva dedicato nel volume alla “secessione degli intellettuali dal popolo” per spiegare in una certa misura l’allontanamento progressivo di larghe masse dalla politica e dalla sinistra in particolare. Prendendo come paradigma il caso della sua categoria professionale, i docenti universitari, l’autore aveva ripercorso, in pagine molto suggestive, la deriva dei cosiddetti “intellettuali insani” del mondo accademico, ormai pedine di un ingranaggio burocratico-amministrativo rinviante all’ancient regime, che aveva ben poco a che vedere con la formazione universitaria: automi autoreferenziali del tutto sganciati da qualunque forma di “connessione sentimentale” con la carne viva delle persone in carne ed ossa, con quello che un tempo si sarebbe definito “popolo”. Una lettura indispensabile, questa di Cantaro, magari combinata con il testo di un altro costituzionalista, Gaetano Azzariti, Dov’è finito il pensiero critico? per riflettere sui nostri tempi tristi ma anche per dotarsi degli strumenti necessari per tornare a pensare e ad agire.
2. Qualche giorno dopo, ero tra il pubblico alla presentazione di un volume dedicato ad un noto critico letterario. Dopo le introduzioni di rito, aveva preso la parola con disinvoltura l’autore, un uomo alto, fascinoso ed elegantissimo, un perfetto intellettuale democratico, terribilmente colto e raffinato e, ovviamente, di sinistra. A dire la verità, più che parlare del volume – per lui non certo il primo – per più di un’ora si era messo a dilettare il solito pubblico in cerca di emozioni con un racconto sostanzialmente autobiografico da cui spuntavano dosi non indifferenti di autocompiacimento, combinate con un immancabile narcisismo di maniera. Un intellettuale apparentemente a tutto tondo la cui cifra evidente in quel monologo era però la sua totale, irriducibile, autoreferenzialità: da quella civettuola, ricordando un nonno fanatico ex gerarca del regime finito male, a quella compiaciuta, ripensando agli incontri avuti con intellettuali prestigiosi, grazie all’autorevolezza del critico letterario a cui aveva dedicato il libro fino a quella più propriamente di casta, rammentando gli esclusivi incontri romani a cena con il cerchio magico impenetrabile e inaccessibile dell’intelligentzia “sinistra” del belpaese.
3. Forse la parabola dell’intellettualità democratica sta tutta qua. Sta nella compiaciuta autoreferenzialità che – ha ragione Cantaro – investe in pieno il mondo accademico e percorre fino alle viscere quella cultura democratica e di sinistra un tempo determinante per la crescita civile e culturale del Paese. Il popolo, rimasto solo, si è rivolto altrove, verso chi lo ha illuso che il disastro fosse dipeso dagli ultimi, non dai primi, i quali nel frattempo hanno continuato ad arricchirsi e a brindare a ostriche e champagne. Il mio pessimismo (un po’ hobbesiano): non è che giunti a questo punto è già possibile intravedere in controluce un epilogo che potrebbe replicare tragedie già note? Come ne L’uovo del serpente, film ormai dimenticato di Ingmar Bergman del 1977, in cui il medico nazista mostra sul tavolo due uova apparentemente uguali al trapezista ebreo appena ricoverato: siamo a Monaco nel 1923, al primo tentativo di colpo di stato di Hitler, dieci anni prima della conquista della cancelleria. Messe quelle due uova in controluce contro la finestra, il medico eccitato mostrerà al paziente esterrefatto la loro differenza: il primo, un banale uovo di gallina, nel secondo, già visibile, la piccola sagoma del serpente che romperà l’uovo e nascerà alla vita. Dieci anni dopo quel serpente diventato grande ucciderà la disgraziata Repubblica di Weimar!
[immagine: Stefano Paci]








