Il miglior romanzo di questo secolo, secondo un sondaggio di “Le Monde” tra gli scrittori (il che la dice lunga sulla qualità degli scrittori oggi) è L’amica geniale di Elena Ferrante. Un plauso a Elena Ferrante, chiunque sia. Non agli scrittori intervistati, chiunque siano.

La diseducazione, capillare e sistematica, dell’industria culturale, ha fatto ormai accettare come eccellenza una scrittura standardizzata, di qualità medio-bassa, che al massimo fa provare le solite emozioni mille volte rappresentate. E per avere successo meglio evitare ogni contenuto intelligente.

Ma c’è di peggio. Quando lo stesso sguardo diventa retrospettivo: stesso sondaggio, ma sul Novecento, e il miglior romanzo italiano diventa Il nome della rosa di Umberto Eco. Qui cadono le braccia. Il professore semiologo che segue le linee guida del romanzo, genere che lui riduce a moduli funzionali, e li segue con pedante precisione semiologica, e infine, per vendere meglio, si inventa lo slogan del romanzo post-moderno, ecco, diventa il romanziere principe. In che epoca sono precipitato? Ah già, quella che Fruttero e Lucentini avevano definito “La prevalenza del cretino”.

Citazione da Piergiorgio Bellocchio, Dalla parte del torto (Einaudi 1989):

“Scrivere su Eco è perfino peggio che leggerlo. Non posso continuare a maltrattarmi in questo modo… “.

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