Nel dialogo con Francesco Leonetti, 1994, Paolo Volponi si era espresso in termini chiarissimi:
“Gli editori fanno il mercato, anzi sono il mercato e pensano solo al mercato. Un editore può portare un libro al successo: gli fa tanta pubblicità, organizza dibattiti, lo distribuisce in tutte le librerie, lo “pompa” sui giornali: e il libro va. Tra l’altro i maggiori editori sono anche padroni di giornali e possono controllare anche la critica. Non siamo ingenui: molti successi sono stati fabbricati dall’industria culturale. E ci sono invece libri di buoni scrittori rimasti ai margini: poco letti, poco noti e poco venduti. Se di un brutto libro si vende mezzo milione di copie, quel libro cessa di essere un brutto libro e diventa importante. Se di un buon libro si vendono poche centinaia di copie allora diventa trascurabile. Le opere letterarie, o pubblicistiche in genere, rispondono ormai a ricette precostituite: la riconoscibilità, la spettacolarità. Mai l’azzardo, mai la sfida. Quando i romanzi di consumo li si spaccia per altro, si finisce per vendere merce avariata. La cultura, la letteratura italiana, si sono incrinate, sperse, e anche nascoste. Non esiste più la civiltà letteraria. E qui c’entra eccome l’industria culturale: si è dispersa una certa capacità critica, sono scomparse le gerarchie mentali, la gente si vende l’anima per vendere più libri. E vince non chi è più bravo, ma chi ha più arroganza, più vetrine a disposizione.”
La pagina dopo:
“E dissi che gli staff editoriali sono fatti dai cosiddetti manager. Una volta erano formati da scrittori, critici, giornalisti, gente dell’università. Infatti c’è una politica commerciale del libro più che una politica editoriale.”
1994. sono passati più di trenta anni. Quanti danni sono stati fatti? Ci siamo abituati a convivere con libri mediocri di autori celebri. Anche con libri pessimi che vincono premi celebri. E siamo più in grado di comprenderlo? C’è poi qualcuno che si occupa dei danni? Oppure the show must go on?








