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Solo qualche istante...

Storia del fiume. Il Metauro a Fano

Mentre leggevo questo libro sul Metauro a Fano, curato da Luciano Poggiani, mi sono ricordato la mia prima traduzione. Era un racconto lungo del narratore francese Claude Simon, L’invito, che descrive un viaggio, appunto su invito, di alcuni intellettuali di varie nazionalità nella Unione Sovietica di Gorbaciov. Una specie di incubo antropologico e geografico.

Quel racconto aveva in esergo una citazione di Bismarck, il grande statista prussiano. Diceva: Il solo fattore permanente della storia è la geografia. Quella frase mi è sempre sembrata equivoca. Non riuscivo a condividerla. E poi Simon era contemporaneo alla straordinaria storiografia francese delle Annales, da Braudel a Le Roy Ladurie, fino a Le Goff e Duby, etc., dove la geografia e le sue lente modificazioni erano fondamentali per comprendere i cambiamenti storici.

In fondo la storia di cui parliamo noi è solo l’ultimo pezzettino temporale di una storia più ampia, come dice Poggiani in apertura del suo lavoro. Se c’è una storia profonda, come è stato scritto, della quale noi stessi siamo il risultato e nello stesso tempo gli archivi, la stessa cosa vale per il fiume Metauro. Giustamente Poggiani parte dalla formazione dei continenti, dei mari e dei fiumi, “quando il Metauro è affluente di uno ‘pseudo-Po’ che si origina sulle Alpi e sfocia in quella che è oggi la Fossa di Pomo” (all’incirca davanti a Pescara).

Da subito, insomma, ci viene mostrata una geografia che cambia, anche se i tempi sono lentissimi. Se però avanziamo nella lettura, e nei vari temi proposti, capitolo dopo capitolo, notiamo che i cambiamenti diventano sempre più veloci, tanto che oggi ci sembra di percepire dei cambiamenti radicali, e viviamo nel fondato motivo di qualche disastro ecologico, di dimensioni planetarie.

  Ma la storia del Metauro a Fano è anche una storia che si nutre di ricordi. Non saprei dire come le nuove generazioni percepiscono e vivono questo fiume, ma per me era qualcosa che associavo al concetto di natura selvaggia, quello analizzato dal bel libro di Franco Brevini, L’invenzione della natura selvaggia: che poi era lo scenario, il paesaggio o il set cinematografico dove si svolgeva l’epica dei fumetti, quelli di Bleck Macigno, Tex, capitan Miki. I boschi di Bleck Macigno erano quelli del Metauro, per me. Le escursioni al fiume erano sempre familiari, dai lunedì di Pasqua al primo maggio e poi d’estate, e noi ragazzi sognavamo qualcosa di avventuroso in quei boschi e di fianco a quelle acque che scorrevano ripide o ristagnavano tra i ciottoli, in qualche diramazione. Quando poi veniva l’autunno, e l’inverno, quando ero piccolo, a casa mia c’era la caccia. In questo libro c’è un capitolo che ne parla e ci sono anche le fotografie dei richiami, dei fischi e degli stampi, cioè dei trapponi, fatti con le pavoncelle impagliate. Ricordo ancora il capanno interrato di mio padre e di mio nonno, mimetizzato dalle frasche. Hanno fatto di tutto per affascinarmi a quel mondo e a quel modo cruento di stare dentro la natura, con risultati pessimi, esattamente opposti. E quando mio padre svuotava il carniere nominando gli uccelli uccisi, gli storni, i beccaccini (difficilissimi da colpire, se non ricordo male), i germani reali, e così via, mi si stringeva il cuore. Non ho mai apprezzato un piatto prelibato come la cacciagione in umido con le cotiche, ed era nauseante l’odore della pelle abbrustolita dopo che gli uccelli erano stati spennati. Vivevo in un mondo a parte.

Molto bello il capitolo sulle case coloniche. Molto ben documentato, semmai un po’ troppo specialistico, come linguaggio. Per esempio, io di quelle case ricordo soprattutto gli odori. L’odore penetrante e acre vicino ai camini, dove  cucinavano. Lo dico perché quando ero piccolo non volevo andarci, dai parenti che avevano una casa vicino al ponte Metauro, e poi era una casa molto grande, con un terrazzo enorme. Però questa considerazione trova una risposta nella parte finale del libro, con le fotografie più emozionali e liriche di Luciano Poggiani e soprattutto con i racconti di Virgilio Dionisi, che restituiscono anche la dimensione sensoriale.

Ma il Metauro è anche un fiume storico, non solo per la celebre battaglia, che qui – giustamente, secondo me – nemmeno viene citata, ma per gli insediamenti umani, preistorici e storici, che in questo libro vengono raccontati con l’aiuto di esperti di preistoria, archeologia, e poi, ovviamente, archivisti e naturalisti. Un lavoro collettivo importante che Luciano Poggiani ricompone in un mosaico ricchissimo di tasselli, che poi sono le conoscenze che ci servono per capire che cosa è stato e che cosa è il fiume Metauro. Dalle amigdale ai manufatti più raffinati, quello che viene ritrovato testimonia tante civiltà che hanno legato la propria quotidianità al fiume, dal quale ovviamente dovevano anche difendersi. Così dalla bonifica delle lagune e delle acque ristagnanti fino ai ponti sul Metauro, dalla centuriazione alla costruzione di canali e mulini, si può comprendere quanto questo fiume fosse importante nella vita di ogni giorno, mentre oggi è diventato soprattutto paesaggio, oggetto di sguardi abituati al turismo e al vedutismo, meno di sguardi più fraterni, quelli dell’escursionista, ad esempio, o quelli preoccupati dei cambiamenti.

Poi il tempo passa e vengono quelli che Luciano Poggiani ha chiamato “Gli anni dei rifiuti”. Ottima definizione. Di questo passo (che non è un passo ma per restare nella metafora un segnare il passo), con la dissennata sottovalutazione del problema dell’inquinamento, anzi degli inquinamenti, non vorrei che Poggiani abbia azzeccato il titolo giusto per questi ultimi decenni. Gli anni dei rifiuti. Limpidamente provocatorio, ma anche preciso, purtroppo.

Poggiani analizza anche il difficile rapporto tra l’uomo e le sue attività e il fiume. Mi sembra che questo sia un capitolo estremamente utile per chi si occupa di gestione del territorio e ha delle responsabilità. Consiglierei di leggerlo con attenzione e di tenerlo sempre presente. Però questa considerazione si può fare per l’intero volume, perché le conoscenze sono importanti e dovrebbero sempre indirizzare i progetti e le attività.

Come diceva Schiller, gli antichi sentivano naturalmente, noi sentiamo la natura. Insomma, abbiamo da tempo perduto per sempre quella naturalezza istintiva e percepiamo invece la distanza che separa la nostra civiltà dall’ambiente nel quale si svolge, un ambiente che per uno strano destino evolutivo è compito nostro proteggere, nel nostro interesse ovviamente, insomma siamo passati da cacciatori-raccoglitori a medici senza frontiere. Se già per leopardi la natura era matrigna, oggi le matrigne siamo noi.

Non vorrei, in chiusura, esagerare, ricordando quel libro di Edward Wilson, Metà della terra, dove propone di destinare metà della Terra alla natura e metà a noi, più modestamente, potremmo cercare di salvare la natura lungo il corso di questo fiume, se non altro per il piacere impagabile di osservalo. E questa volta con occhi materni.

 

 

  Questo libro, edito dall’Associazione Naturalistica Argonauta in occasione dei cinquanta anni di attività (1967-2017), si può richiedere direttamente all’Associazione.

http://www.argonautafano.org/index.php?type=contatti

 

 

 

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