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Solo qualche istante...

Marettimo, alle luci dell’alba

 

 

 

6 luglio 2017

Era uscito alle sei. Non aveva messo la sveglia; era bastata la marmitta sfondata del furgoncino che ogni giorno alle cinque e tre quarti passava per la via.

Anche il sole si era levato da poco. Se ne stava sospeso poco sopra l’orizzonte marino, alla sinistra delle altre due isole delle Egadi.

A differenza delle escursioni precedenti, fatte con la moglie, era solo; lo aspettava un dislivello di quasi 700 metri, tutto sotto il sole.

Era partito a quell’ora per evitare il caldo delle ore centrali.

La prima parte del percorso, fino a Case Romane, consisteva in una stradina lastricata.

Poco sopra il paese vide tre croci spuntare sopra un’edicola votiva cinta da mura; come le altre che aveva incontrato sull’isola, era rivolta verso il mare. Nella sua terra era abituato ad imbattersi in edicole sacre nei crocicchi di campagna, a Marettimo rivolte verso il mare.

Visitò quel luogo, colorato di rosso da un disco solare ancora basso sull’orizzonte.

Era l’antico cimitero dell’isola, detto “Calvario”, risalente alla metà del 1700; come scritto all’interno della nicchia, venne utilizzato fino al 1885.

Chi lì fu sepolto e i cari che andavano a trovarli vivevano in un’isola molto diversa da quella che lui stava visitando. Un’isola che ora puntava sul turismo; la pesca aveva perso d’importanza mentre era completamente scomparsa ogni forma di attività agricola e di pastorizia. Ormai i somari servivano solo a portare i vacanzieri a spasso.

Il giorno precedente sulla banchina del porto aveva scambiato qualche parola con un anziano del posto; l’anziano gli aveva detto che dagli anni ‘70, da quando il turismo aveva scoperto l’isola, nessuno a Marettimo aveva più seminato una pianta da orto, piantato un albero da frutta.

Gli aveva anche spiegato che le pinete, che ora coprono parte dell’isola, un tempo non c’erano. Quei pini vennero piantati intorno a metà degli anni ‘60, sfruttando una legge regionale che dava fondi per i rimboschimenti.

Riprese la strada lastricata che lo condusse alla zona archeologica di Case Romane.

Vicino a quei ruderi, la chiesa bizantina di epoca normanna (XI-XII secolo).

Prima di entrare, da una finestra dette un’occhiata all’interno della piccola chiesa. Un grosso geco, una Tarentola mauritanica, aggrappato ai bianchi muri, corse a nascondersi dietro ad un quadro.

Riprese il percorso; ora non c’era più una strada lastricata, ma un sentiero che risaliva il fianco del monte tra la macchia mediterranea. Bassi cespugli di Rosmarino, di Cisto, di Lentisco. Sopra a Case Romane non c’erano più i pini ad offrire un riparo dal sole; per delle soste all’ombra poteva contare solo su qualche raro leccio.

Non cercavano riparo dai raggi solari le farfalle Pjronia cecilia, posate con le ali aperte lungo il sentiero, e neppure quel grosso biacco nero che al suo arrivo sparì, ansa dopo ansa, dentro una fessura. Sempre lungo il sentiero, incontrò i resti di un altro biacco, decapitato, vittima dell’irrazionale avversione per ciò che striscia.

Lo sguardo poteva spaziare su tutta la costa orientale dell’isola, da Punta Bassana a Punta Troia.

Il castello posto su quest’ultima punta era stato la meta della sua prima passeggiata sull’isola; anche quella tutta sotto il sole.

Quel castello è uno dei soggetti fotografici preferiti dai visitatori dell’isola. Fotografato non solo di giorno, ma pure dopo il tramonto, quando il castello e il promontorio su cui sorge vengono avvolti dal rosso del tramonto.

Mentre saliva, di tanto in tanto, si soffermava a guardare quel castello a strapiombo sul mare, ma   avendone letto la storia, non lo vedeva più solo come un luogo ameno. Dopo essere nato come torre saracena, fu convertito in castello dai Borboni. Alla fine del XVIII secolo divenne una prigione, soprattutto per prigionieri politici. Nel 1793 il Castello contava ben 52 prigionieri politici, ammassati in una prigione ricavata in una vecchia cisterna detta “la fossa”.

Le condizioni della prigione vennero descritte da Guglielmo Pepe, qui rinchiuso dal 1802 al 1803, nelle sue Memorie: “Nella punta dell’isola, che forma una roccia isolata, fu costruito un piccolo castello per avvertire con segnali convenuti la presenza di quei legni barbareschi che da più secoli molestavano il mare e le spiagge delle Due Sicilie. Sulla piattaforma del castello, esposto a settentrione, erasi scavato nel vivo della roccia una cisterna, la quale verso la metà del XVII secolo fu votata dell’acqua che conteneva, e convertita in prigione […]. Nel 1799, sotto il governo del re Ferdinando, fu riputato ergastolo ben adatto a rei di stato […]. Quando noi tre vi giungemmo, trovammo dentro quella fossa due altri prigionieri […]. La fossa era larga sei piedi e lunga ventidue, ma di disuguale altezza, perché la volta era incurvata molto verso le due estremità, in modo che appena nel mezzo di essa potevasi stare in piedi. Era poi oscura da non potervisi leggere né pure in pieno meriggio, e facea mestieri tenervi sempre una lampada accesa. E siccome la bocca della fossa non si poteva chiudere con porta di legno, atteso che avemmo potuto morir soffocati per mancanza d’aria, così avveniva che la pioggia vi cadeva, e l’umidità vi produce tant’insetti”.

Raggiunse la cresta. Oltre che della costa orientale, ora poteva godere della visione di quella occidentale, in buona parte ancora in ombra.

Da lì in poi non c’era più un sentiero, ad indicare la via solo delle frecce rosse disegnate sulle rocce. Alle sette e tre quarti raggiunse la sommità di Pizzo Falcone.

Sulla cima trovò le due coppie di trentenni che aveva incontrato in un’escursione precedente; poi giunse un giovane inglese; aveva incontrato anche lui, insieme alla compagna, in un’altra escursione. La maggior parte dei visitatori di Marettimo se ne stava sulla riva del mare o in barca a fare il giro dell’isola o all’ombra nei bar del paese. Erano pochi, e sempre gli stessi, quelli disposti a scarpinare sotto il sole in questi torridi giorni di luglio.

Lo sguardo andò su Punta Libeccio, che era stata la meta di un’altra lunga escursione. Da lassù non poteva vedere il faro in abbandono posto poco più a sud della Punta.

Aveva letto l’intervista fatta a Ventura, l’ultimo guardiano di quel faro (*): “… Pare che Ventura avesse avuto molte manifestazioni di “presenze” misteriose. Durante la Seconda Guerra Mondiale nello stretto di Sicilia ci furono cruenti battaglie navali, così che sugli scogli di Marettimo non c’era giorno che non si trovasse il corpo di qualche marinaio morto negli scontri. La gente di mare sa che chi in mare muore non ha pace finché la famiglia non fa dire una messa per placare la sua anima, ma spesso quei poveri corpi non avevano un nome e di conseguenza nemmeno una famiglia da avvisare. Da allora in paese cominciarono a verificarsi strani casi. Si dice che quelle povere anime non trovando pace, si rifugiarono nel Faro. Ventura li sentiva, ne percepiva la presenza, fenomeni si manifestavano continuamente come le finestre che si spalancavano quando non c’era una alito di vento, porte che sbattevano, rumori per le scale. Ventura aveva imparato che quando apparecchiava la tavola aggiungeva un piatto ed una sedia in più e i fenomeni si placavano immediatamente. Se non rispettava questo rituale, per tutta la notte si sentiva il rumore di sassi lanciati contro le finestre, ma Ventura non ha mai avuto paura, per lui erano “presenze” amichevoli con le quali ha convissuto tranquillamente. ”

Partendo dall’estremità, il sole cominciò ad illuminare Punta Libeccio. Seguire l’avanzare di quella luce era come controllare lo scorrere del tempo su una meridiana. Quando l’ombra fu scacciata dall’intera Punta, decise che era giunta l’ora di tornare; doveva essere in paese prima che il sole salisse troppo in alto.

 

(*) Mariotti Annamaria, Racconti di fari e altre storie di mare, ed. F.lli Frilli 2006-2008

 

Didascalie foto:

1 – L’alba a Marettimo

2 – Calvario, l’antico cimitero di Marettimo

3 – La chiesa bizantina a Case Romane

4 – Pjronia cecilia

5 – Punta Troia sormontata dal castello

6 – Punta Troia dopo il tramonto

7 – Il faro di Punta Libeccio

8 – La costa occidentale vista da Pizzo Falcone, sulla sinistra Punta Libeccio

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