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Solo qualche istante...

L'olmo

 

29 gennaio 2018

Era da più di un secolo che percepiva quella visione. Il muro a pochi metri. Visione si fa per dire. Non ha occhi né cervello, eppure è in grado di percepire il mondo circostante. I suoi  sensi e il suo sistema nervoso sono diffusi in tutto il suo corpo. Anche i rami delle piante vicine che sfioravano la sua chioma lo aiutavano a carpire i segnali del mondo esterno.

Così, in qualche modo, sapeva dove si trovava, da tanto tempo. Quando nacque, direi verso la fine dell’Ottocento,  già c’era la casa colonica – è stata costruita nel Seicento.

Non c’era ancora la ferrovia, quel binario unico che passa a pochi metri da lui, dalla parte opposta rispetto alla casa, venne costruito quando era un giovane albero.

Anche se non è chiaro come l’abbia saputo, era orgoglioso di comparire nell’inventario dei beni di quella casa e del terreno circostante, inventario che venne compilato quasi novantanni fa dal municipio, che ne era divenuto proprietario dopo l’Unità d’Italia.

Aveva visto tanta gente sotto il suo fusto. Tante famiglie di mezzadri. Aveva visto quei bambini crescere, diventare adulti, farsi una loro famiglia.

Anche lui era cresciuto, da tempo il suo fusto aveva superato in altezza la casa di molti metri, ora che la sua chioma svettava sopra il tetto, poteva percepire il mondo anche al di là del muro.

Dapprima tutto intorno c’era solo campagna. Poi aveva visto la città crescere, avvicinarsi, assediare quel campo, quella casa.

Aveva visto cambiare anche i treni che passavano a pochi metri su quel binario semplice non elettrificato; dapprima la locomotiva a vapore poi la littorina. Infine quel binario cessò di essere percorso.

Qualcosa cambiò anche nella casa. Spariti gli ultimi abitanti, soprannominati “Archilei”, si fece silenziosa. Non c’erano più le galline a razzolare sotto il suo fusto, non c’era più nessuno a lavorare la vigna in quei pochi ettari ormai inglobati dalla periferia.

Nel periodo dell’abbandono, le uniche persone che passavano di lì, lo facevano di notte, in modo furtivo, erano sbandati, gente che proprio contro quel muro nascondeva i motorini rubati.

Poi, come per incanto, casa e terreno rinacquero, divennero un centro di educazione ambientale.

Quando ciò accadde, di alberi intorno alla casa ne erano rimasti pochi e lui di tutti era il più vecchio.

Anche se i volontari dell’associazione che aveva preso possesso della casa misero a dimora  centinaia di alberi nel terreno circostante, lui con i suoi novanta centimetri di diametro restava il patriarca.

Ora a visitare quel luogo erano le scolaresche e nella bella stagione i bimbi dei corsi estivi. La mangiatoia e la cassetta-nido appesi al tronco non li vedeva come una mancanza di riguardo nei suoi confronti, anzi…. Era contento di rendersi utile.

A volte, di notte, in quell’isola di buio circondata dalle luci della periferia, un rapace notturno si posava sui suoi rami che svettavano sopra la casa. Anche ad esso l’olmo offriva un servizio.

E’ vero, da parecchi anni mostrava i tipici acciacchi legati all’età. Alcune parti del fusto erano attraversate da cavità, a rivelare i suoi malanni anche dei funghi alla base del tronco.

Da alcuni giorni nell’area verde intorno alla casa risuonava una motosega, ma ciò provocava in lui solo una vaga apprensione. Sapeva di essere ancora utile. Continuava orgoglioso il suo lavoro; senza sgarrare, ad ogni primavera emetteva le foglie, con l’ombra della sua chioma proteggeva le piante del sottobosco che, non a caso, erano state messe a dimora sotto di lui.

Da lassù, dai rami che sovrastavano il tetto, poteva vedere quegli uomini in azione, potare la siepe che dà sulla strada.

Non poteva immaginare che, finito di potare la siepe, quegli uomini in tuta, uno con la motosega in mano, avrebbero puntato la loro attenzione proprio su di lui.

 

Molte delle cose scritte non sono vere. Anche se è stato dimostrato che le piante hanno una loro forma di intelligenza, possiedono tutti e cinque i sensi dei quali è dotato l’uomo, ognuno sviluppato in modo “vegetale”, ed interagiscono con altri organismi vegetali – vedi Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale (di Stefano Mancuso e Alessandra Viola, Giunti, 2013) -, un albero non può accorgersi di ciò che ho raccontato, non può avere il senso del tempo; lo scorrere della vita è un concetto a lui del tutto estraneo, così come non può avere coscienza di ciò che lo attende.

Resta il fatto che quando quell’olmo era una giovane pianta la rara eventualità per un uomo di rimanere colpito da un albero abbattuto da una raffica di vento sarebbe stata vista solo come una pura fatalità, un increscioso destino, per qualcuno un segno divino. Oggi i responsabili del verde pubblico possono dormire sonni tranquilli lasciando liberi di crescere solo gli alberi “a norma”, in buona salute. I regolamenti comunali non sembrano più consentire agli alberi di invecchiare, di mostrare orgogliosi la loro età.

L’olmo campestre non è stato abbattuto, ma cosa è rimasto del grande albero? Un moncone alto cinque metri.

 

Didascalie foto:

1 e 2 – L’olmo prima dell’intervento del 29 gennaio 2018

3 e 4 – L’olmo dopo l’intervento

 

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