CHIUDI

Solo qualche istante...

Le cose non sono più come prima

 

Immagina una strada. Una strada qualsiasi, però molto frequentata, quando ci sono folle che vanno per negozi o per i fatti loro e chiacchierano, formano capannelli, oppure camminano in silenzio come guardando dentro di sé, senza vedere nessuno di quelli che gli camminano a fianco, oppure hanno in mano e all’orecchio le tavolette magiche degli smartphone. Immagina un tempo qualsiasi, brutto o bello, con il sole o con la pioggia, e la folla come un fiume che scorre, nei due sensi.

Ecco, dove quella strada finisce c’è una bacheca di metallo.

C’è adesso e c’era tanto tempo fa.

È evidente che quella bacheca, considerando il punto dove era stata piazzata, proprio nell’angolo, non era un oggetto qualsiasi, una decorazione, un ornamento della strada o del muro su cui si appoggiava. Non era una anonima lastra rettangolare, con una cornicetta in rilievo e due asticelle che la sorreggevano, piantate nel selciato. Era arguta. Nell’angolo infatti la gente si fermava, si guardava attorno. La bacheca non era una vedetta ma qualcosa che si faceva vedere, in un punto strategico del percorso delle folle, senza esibizione della strategia. Modestamente. Cercava di stabilirsi tra le consuetudini visive dei passanti, al punto che i passanti la guardavano per vedere se c’erano delle novità. E le novità potevano essere locali, nazionali, internazionali. Difatti c’era la consuetudine di incollare un manifesto su quella lastra, poi un altro sopra, qualche tempo dopo, e poi un altro ancora e così via, finché diventavano troppi e bisognava staccare tutti gli strati, per ricominciare.

Sulla sommità, al centro, c’era (e c’è ancora oggi) un disco, piccolo anzi quasi invisibile, se non fosse per l’adesivo che vi era stato incollato e che si può vedere, se qualcuno presta più attenzione a queste cose, sebbene i suoi colori siano sbiaditi, e le forme della falce, del martello e di una stella emergano dal piccolo sfondo come fantasmi nebbiosi, con dei rosa e dei gialli che tendono al bianco e dei blu che sono diventati celesti o verde chiaro.

Quell’adesivo è sopravvissuto, incomprensibilmente, alle onde della cosiddetta storia, al succedersi dei nomi e delle sigle e dei simboli, alla sonorità delle parole che sono state dette lì davanti, singolarmente o in gruppo, senza che nessuno abbia avvertito la necessità di incollarci sopra un adesivo più aggiornato, qualcosa che stabilisse la nuova proprietà di quella lastra metallica, ormai arrugginita.

A volte qualcuno, probabilmente nelle ore in cui la strada è deserta, incolla ancora un manifesto che annuncia qualche incontro, una tavola rotonda o una conferenza, con il relatore che ha le sue referenze sotto il nome, e la persona che introduce e presenta, in genere qualcuno del posto. Qualcuno di casa. Ma appunto quale casa? La bacheca sembra apolide. Invecchiata, incrostata di ruggine. Nessuno la accudisce. Anzi, siccome lì vicino c’è una scuola, a volte i ragazzi incollano qualche foglio di formato A4 che fa sapere di una festa, musica, balli. E naturalmente qualcosa che si mangia. Sono anche discreti. Incollano i loro foglietti solo quando non c’è alcun altro annuncio, su quel fondo bruno rossastro, cosparso di piccole faglie di ossidi idrati di ferro e residui cartacei.

La forma della bacheca è simile alle due aste che i tifosi agitano negli stadi, alte e derisorie su quel mare agitato di urla e di corpi che sembrano smottare e franare. Ma la bacheca è immobile, dimessa e muta, nell’angolo estremo della strada. Quasi affacciata su una piazza. Nessuno ha interesse a rimuoverla, nessuno pensa di esserne il proprietario o di averla ereditata, né sembra apprezzarne la posizione strategica, e molto probabilmente nessuno ha qualcosa di così importante da comunicare agli altri, in un punto dove tutti passeggiano, vanno per negozi, si fermano ai tavolini dei caffè, che profumano deliziosamente quella strada molto frequentata. E poi pensano che tutti hanno già tanti problemi da risolvere, beghe a cui pensare, e sacrosanti desideri che inseguono e infine tanta voglia di non pensare, camminando. Quindi anche quelli che un tempo ci scrivevano con gli spray gli insulti, gli scherni, le minacce, neanche ci pensano adesso a scrivere queste cose, non sarebbe una dissacrazione o una sfida, e neanche sarebbero sicuri di rivolgersi a qualcuno, a un gruppo o a un’idea politica. Però la bacheca è di metallo, resiste, resiste con quella pelle brunita che si sfarina stagione dopo stagione. Mentre quell’adesivo, ridotto a un grumo di colori tenui, sembra quasi allontanarsi, come se improvvisamente, in quel punto, il tempo si fosse fermato, e poi avesse deciso di andare avanti più in fretta che in altri posti, cancellando le proprie tracce, scomparendo giorno dopo giorno, essendo ormai incapace di raggiungere una forma qualsiasi di conoscenza. E fra poco tempo, qualche mese o qualche anno, dipende dall’intensità del calore estivo e dai morsi delle gelate invernali, non resterà alcun residuo.

Intanto i negozi della strada hanno cominciato a cambiare gestione e merci, poi sono apparsi i cartelli affittasi, vendesi, e anche questi cartelli sono rimasti inascoltati. Quegli ambienti sono stati chiusi e dimenticati. A volte, guardando le vetrine buie, si intravedono dei locali vuoti, polverosi, con qualche residuo abbandonato sul pavimento, o appeso ai muri. I negozi si sono trasferiti nei centri commerciali, nelle periferie. Dei quattro caffè che c’erano, due hanno chiuso e due accolgono una clientela abitudinaria, che non ama passeggiare. Arriva, si ferma e scompare.

Quella struttura metallica, totalmente inutile e incomprensibile, nell’angolo di una strada che non è più trafficata, mostra desolatamente la sua forma geometrica, come una vecchia macchina da scrivere senza nastro o un foglio a righe per una stenografia dimenticata.

 

[Fotografie di Paolo Talevi]

 

 

Iscriviti all newsletter

Iscriviti per ricevere aggiornamenti, novita' e iniziative direttamente nella tua casella di posta.

La discussione e" chiusa.