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Solo qualche istante...

La trance solidale di Mario Dondero

 

Gli occhi degli anni Cinquanta di emigranti meridionali ci osservano dalla carrozza di un treno, con più vita di noi che li guardiamo.

Il corpo dice più dell’anima. Gli occhi più dello sguardo.

Gli sconosciuti che fissavano un volto nascosto dalla macchina fotografica, a Parigi, chez Victor, nel 1956, si erano sporti senza saperlo da una finestra del tempo, aprendo un varco tra il suo fuori e il suo dentro.  

Giovani del sud giunti a Torino nel 1965 scherzano tra loro con eleganza. Non sanno di essere fotografati, eppure sono loro a fare la foto. Così capita anche agli oggetti: il volante, il giornale, i vestiti.

Il fatto è che la realtà, anche quella inanimata, ci osserva e scatta foto di continuo.

Sappiamo di essere guardati, anche se siamo voltati altrove, e le foto di Mario Dondero captano le nostre antenne, la sensazione da animale selvatico quando un occhio ci segue. Nelle foto tessera dei documenti siamo animali braccati, nelle foto di Mario siamo cittadini di una visione sociale.

La posa per la foto rivela, quando il soggetto è una persona forte, la purità che sbuccia l’essere in pubblico. Se la posa è rigida o contratta, come nei più sensibili, svela lo sforzo disperato di aggrapparsi e tenersi stretti a un sé illusorio.

Per essere fotografato e per fotografare devi essere candido. E lo sei di più se non ti credi tale. Perché il candore esiste solo dal vivo e a tradimento.

Mario Dondero trova l’ingenuità della storia, come durante le lotte degli operai alla Renault nel 1968, che restano persone, non personaggi. Nessuno è consegnato alla storia, se no sarebbe morto.

Un attimo prima è presto, un attimo dopo tardi. La sopravvivenza del bene affidata a un clic: ci vuole incoscienza per questo. Come cogliere quel momento privilegiato? Non lo sai che dal vivo. Guardare la foto sviluppata è solo una conferma.

Si può parlare di mistica laica, perché tutto ciò che conta è ora. Non il gesto dello scatto, che è come l’atto della penna, ma ciò che vi fluisce tra chi guarda e chi è guardato. E addirittura tra un paesaggio e chi lo fotografa. Non si tratta di superstizione o suggestione perché c’è la prova.

Impressionante che lo sguardo di una persona dalla foto regga il mio.

Mario Dondero crea la situazione ispirata, quando cioè la realtà si alleggerisce e si concerta.

La luce del suo occhio attesta che anche la materia, la pellicola, ha una sensibilità.

Perché il bianco e nero è indispensabile? Se lo sapete, non me lo dite.

Nella continua trasformazione del tempo in lontananza spaziale, la foto ci giunge come la luce di una stella morta. Un album dei decenni passati è una costellazione che non esiste più ma proprio per questo manda la sua luce.

Le foto catturano le percezioni extrasensoriali, le preveggenze degli umani: il futuro presente. Leonardo Sciascia scrive che un ritratto fotografico fa affiorare l’entelechia di un’anima, in senso aristotelico, la forma finale che la orienta, sia o non sia mortale.

Nell’istantanea passa una luce dalla nascita alla morte. Lui allora preferisce sgarrare.

Mario Dondero ti abbraccia perché la sua dimestichezza col fotografare gli fa vedere i vivi come se non esistessero più e i morti come se continuassero a esistere. E quel “come se” è sul punto di cadere, quando la foto è buona. Se le sue fotografie hanno pietà per i morti è perché hanno pietà per i vivi. Al punto da non fare più vera differenza.

Non puoi essere un buon fotografo se non tieni agli altri e gli altri non tengono a te. Quella corrente segreta di cui ho parlato è un modo dell’amore, del quale a volte devi simulare le forme.

Così Pascal scrive che bisogna s’embêter per essere un credente nella messa. Sentirsi stupido nell’atto di pregare. Allo stesso modo bisogna sentirsi stupido fotografando (la preghiera terrestre).

La magia bianca del tempo dà ai suoi occhi la nostalgia dell’attimo presente: un umorismo clemente. Un giorno mi guardò e io mi accorsi che lo faceva con la tristezza di chi pensa: Un giorno ci guarderanno da una foto che nessuno ha scattato.

Mario Dondero è un poeta che ha a che fare con i paradossi del tempo, a patto che si tratti di esseri molto concreti, cioè, non di volti truccati, esibiti e pittorici, ma esattamente di queste e quelle persone in carne e ossa, non di paesaggi sublimati o stilizzati ma esattamente di questo o quel paesaggio reale, di questa o quella situazione storica.

Dondero non è un poeta in proprio, non è mai da solo, sempre in coppia con il soggetto che fotografa. Poesia a due, ispirazione sociale, trance solidale.

Ci sono persone che non vogliono essere mai fotografate, anche se si piacciono. Perché? Che importa una foto? È che molti ti rubano l’anima, pochi te la trovano.

p.s.

Le fotografie sono tratte da “Permesso di soggiorno : gli scrittori stranieri raccontano l’Italia”, a cura di Angelo Ferracuti. Roma, Ediesse, 2010

[Enrico Capodaglio]

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