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Solo qualche istante...

la storia delle api

“La storia delle api” della scrittrice norvegese Maja Lunde (Marsilio, 2017) non è un saggio, è un romanzo.

E’ composto da tre storie distinte, tutte aventi a che fare con le api. Filoni che viaggiano separatamente per buona parte del romanzo per poi trovare dei punti di contatto negli ultimi capitoli.

Le tre storie si svolgono in periodi diversi, una nel passato (nel 1852) in Inghilterra; gira intorno alla vita di William, biologo che non ha trovato uno sbocco professionale nella ricerca scientifica e che cerca di riscattarsi (agli occhi del suo professore e del figlio) progettando un modello rivoluzionario di arnia.

Un’altra storia si svolge nel presente (nel 2007): è quella di George, apicoltore dell’Ohio, la cui vita viene sconvolta dalla Ccd, la sindrome dello Spopolamento degli Alveari.

Infine la storia di Tao che  si svolge nel futuro (nel 2098): lei si dedica all’impollinazione manuale in una Cina in cui le api sono scomparse.

Il romanzo non si limita ad affrontare il rapporto che i tre protagonisti hanno con le api, sviluppa pure quelli (difficili) famigliari, in particolare in tutte e tre le storie è presente il rapporto genitore-figlio.

Anche se termina con la speranza, il romanzo ci prospetta un futuro inquietante; la protagonista Tao si aggira in uno scenario apocalittico, in una tetra Pechino abbandonata dai suoi abitanti ridotti alla fame.

Sebbene di fantasia, le tre storie hanno solide basi scientifiche, affrontano la vita delle api, l’evoluzione dell’apicoltura, la sindrome dello spopolamento degli alveari che ha iniziato a manifestarsi negli Stati Uniti. Persino la storia di Tao prende spunto da un fatto realmente accaduto: negli anni ‘80 del secolo scorso si è verificata in Cina una moria di api provocata dall’uso di pesticidi e si è dovuto ricorrere all’impollinazione a mano. L’autrice è riuscita ad inserire nel racconto le informazioni scientifiche legate alla vita delle api senza minimamente annoiare il lettore.

 

“La pausa ad effetto cominciava a risultare troppo lunga. Il pubblico aveva iniziato ad agitarsi e mi accorsi di un prolungato e artificioso tossicchiare da parte del professor Rahm alle mie spalle. La tavola era sempre lì, dondolava ancora priva di spiegazioni.

Mi affrettai ad indicarla. «Per cinque lunghi anni Swammerdam studiò la vita all’interno dell’alveare. E lo fece con l’aiuto del microscopio, che gli diede la possibilità di osservare ogni cosa nel dettaglio… Ecco… Qui potete vedere le ovaie dell’ape regina. Swammerdam riuscì infatti ad appurare che una sola ape regina depone le uova per tutti e tre i tipi di api: fuchi, operaie e future regine.»

Il pubblico mi fissava, qualcuno cambiò posizione, nessuno sembrava aver capito. «A quel tempo era stata una scoperta davvero rivoluzionaria, perché si credeva che a capo dell’alveare ci fosse un’ape re, vale a dire un’ape maschio. Con vivo interesse e con grande entusiasmo Swammerdam passò quindi a studiare gli organi dell’ape maschio. Ed ecco il risultato.» Mostrai loro un’altra tavola.

«Questi dunque sono i genitali dell’ape maschio.»

Pallidi volti mi fissavano.

L’intera sala si agitava inquieta. Alcuni abbassarono gli occhi in grembo per osservare con attenzione un filo tirato del vestito, altri mostrarono un improvviso interesse per le irregolari formazioni nuvolose che attraversavano il cielo al di là dei vetri delle finestre.

All’improvviso mi passò per la mente che probabilmente nessuno di loro sapeva cosa fossero ovaie e genitali. […]

«Dunque… le ovaie sono… l’apparato genitale femminile… Stiamo parlando del sistema riproduttivo, nelle ovaie vengono deposte le uova… da cui nascono le larve.»

Non appena pronunciate queste parole mi resi improvvisamente conto di quello in cui mi ero andato a impegolare, ma ormai era troppo tardi, non mi restava che proseguire. […]  Un fremito attraversò la sala quando il pubblico comprese che cosa rappresentavano le illustrazioni. Come avevo fatto a non intuire quale effetto un tema del genere avrebbe potuto avere? […] La mia passione ai loro occhi era una sconcezza.

Nessuno però se ne andò, nessuno mi fermò, magari lo avessero fatto, solo qualche basso mormorio mi faceva presagire quanto male sarebbe andata a finire, sederi che si muovevano sulle panche, stivali che raschiavano il pavimento, lievi colpetti di tosse. Thilda chinò il capo. Era arrossita? Le sue amiche avevano smesso di scambiarsi occhiate divertite […]

Io non avevo il coraggio di guardarle, tirai fuori il volume di Swammerdam e citai le straordinarie parole su cui io stesso avevo riflettuto così a lungo, mi aggrappai a quel libro, sperando che il pubblico adesso, finalmente, avrebbe colto e compreso la vera passione.

«Se il lettore osserva la mirabile struttura di questi organi, scoprirà un’arte raffinata e comprenderà che Dio, anche nel più piccolo degli insetti e nei suoi minuscoli organi, ha celato sbalorditivi miracoli.»

Osai alzare lo sguardo ed ebbi la certezza, l’assoluta certezza che avevo perduto, perché i volti che mi fissavano erano nel migliore dei casi turbati, alcuni addirittura infuriati, e mi resi finalmente conto di cosa avevo fatto. Non ero riuscito a mostrare loro le meraviglie della natura, da quassù avevo parlato loro di quanto più spregevole ci fosse, e per di più immischiandoci Dio.

 

Naturalmente la moria delle api non ha conseguenze solo sulla produzione del miele. Senza le api (e gli altri insetti) non ha luogo l’impollinazione dei fiori di buona parte delle specie vegetali, con gravi conseguenze sulla produzione alimentare.

La lettura del romanzo non può non far riflettere sulla rottura degli equilibri ecologici provocata, ad esempio, dai cambiamenti climatici indotti dall’uomo e dall’uso massiccio di pesticidi in agricoltura.

Lettura scorrevole che permette di entrare in empatia persino con le api.

 “Le api muoiono quando le loro ali sono consumate, logore, usurate, come le vele dell’Olandese Volante. L’ape muore librandosi in volo, nel momento in cui si alza, con il suo pesante bottino, forse ha raccolto anche più del solito, è carica di nettare e polline, ma è la volta di troppo, le ali non la reggono più. Non farà mai ritorno all’alveare, piomberà invece a terra, con tutto il suo fardello. Se avesse avuto sentimenti umani, l’ape sarebbe stata felice in quell’istante, avrebbe varcato le porte dell’aldilà ben consapevole di avere vissuto all’altezza dell’idea di se stessa, l’Ape, per usare le parole di Platone. L’usura delle ali, la sua morte persino, sono un chiaro segno che ha fatto quello per cui è stata messa al mondo, ha realizzato incredibilmente molto, visto e considerato il piccolo corpo che si ritrova”.

 Un difetto? Nella storia incentrata nel futuro, la protagonista cerca di capire cosa sia accaduto a suo figlio; il mistero, svelato solo verso la fine, è in realtà abbastanza intuibile fin dalle prime pagine.

 

 

 

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