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Solo qualche istante...

Il Ciclope di Paolo Rumiz

Ma perché diavolo sono venuto qui, proprio qui, in uno dei posti più complicati del Mediterraneo, un’isola che ci vogliono due giorni e mezzo per arrivare?

Sono venuto perché lo cercavo da sempre un posto così. E’ nel sogno di tutti, in fondo. “Un faro! Che meraviglia, che invidia,” mi dicevano tutti all’annuncio della partenza. Ma a questo, proprio questo faro, a strapiombo sul nulla, non ci sarei arrivato da solo. A indicarmelo è stato uno dei più raffinati skipper del Mediterraneo, un amico triestino di nome Piero e di cognome Tassinari, uno che stando al timone ti recita, anzi ti canta, l’Odissea a memoria, si orienta con le stelle e viaggia con portolani vecchi di un secolo. Di lui mi sono sempre fidato ciecamente, e così un giorno gli ho chiesto quale fosse il più pazzesco dei fari di sua conoscenza.

Le opere di Paolo Rumiz raccontano i viaggi da lui compiuti a piedi, in bicicletta, in barca, in treno, in auto. Questa volta (Il Ciclope, Feltrinelli, 2015) il suo viaggio, durato tre settimane, si svolge su un isolotto senza approdo esteso pochi ettari. Come dimora un faro – uno dei più alti al mondo – arroccato sopra una falesia.

In quell’isolotto difficile da raggiungere, dove i faristi sono gli unici abitanti, scrive il suo diario di viaggio. Con una bella prosa, raccoglie osservazioni sulla vita dei faristi, descrive le sensazione prodotte dagli elementi della natura: i repentini cambiamenti del tempo, lo sferzare del mare, le raffiche e i suoni del vento, un cielo stellato privo di inquinamento luminoso – volta celeste imponente, capace di rievocare i miti -, il comportamento dei gabbiani, l’asino e gli altri animali dell’isola.

Nelle tre settimane trascorse su quel fazzoletto di terra l’autore apprezza la solitudine e la mancanza di Internet – scopre che il web è un ladro di tempo.

Rumiz non ha una vera storia da raccontare, compie più che altro un viaggio lungo gli itinerari della sua mente, si concentra su tutta una serie di riflessioni (sull’impoverimento delle risorse ittiche, sui viaggi dei nuovi migranti, sulla figura in via d’estinzione del farista – la maggior parte dei fari è oggi automatizzata) e sui ricordi (di altri fari ed altre isole visitati: dai fari dell’Alaska e del Mare del Nord alle tante isole del Mediterraneo).

Anche se sparsi nel testo vi sono una serie di indizi, Paolo Rumiz non rivela al lettore il nome dell’isolotto su cui sorge il faro che lo ospita, forse non vuole favorire il turismo anche in quell’ultimo luogo sperduto del Mediterraneo.

 

 

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1 commento
  1. Norma Vulcano

    Piacevoli… assai piacevoli queste pagine scelte!
    Continuo ad aspettarne delle altre!
    Grazie, cordiali saluti

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