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Solo qualche istante...

A colloquio con Paolo Teobaldi su Vecchi scemi

  Teo: In copertina c’è una bella e inquietante fotografia di Paolo Talevi, in effetti l’edizione Italic Pequod è molto curata, ma perché Vecchi scemi? Uno va a guardarsi l’etimologia della parola scemo e quello che ne viene fuori è un qualcosa che manca, da scemare, arco scemo etc.

MF: Sì un po’ è ovvio dire che ai vecchi manca qualcosa (e a chi non manca?) ma l’idea di fondo è che la parte mancante non è invecchiata, è stata violentemente cancellata, cioè un’idea di futuro, di convivialità, di società, di qui appunto quel tono disilluso (i filosofi raffinati parlano di disincanto). Il titolo proviene da una traduzione italiana di un verso di Philip Larkin, “Old fouls”, che infatti è stato tradotto anche con poveri illusi. Però vecchi scemi è più forte e anche più ricco di connotazioni.

Avvertenze rituali: ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. De te fabula narratur …

Non solo, Paolo, ma ho usato soltanto nomi, e non cognomi…

Già, i nomi. Alcuni sono tratti dalla Bibbia: Geremia, Tobia, Isaia (e relative profezie), che non sono propriamente degli allegroni. Una geremiade, sembra suggerirci questa scelta.

Sono tredici racconti sul tema della solitudine, che ha anche aspetti positivi e sani, se non fosse in qualche modo indotta da un meccanismo perverso che premia soltanto i comportamenti funzionali al mercato: direi che questi personaggi si sentono un po’ messi da parte, come succede anche alla scrittura, a un certo tipo di scrittura artigianale, cioè non industriale, cioè vivono in un disvalore, non sono al passo con i tempi ma non in senso tecnologico, anzi, proprio in senso antropologico, umano. Più che racconti sono descrizioni. Si accompagna il lettore nelle vicende, per poi lasciarlo lì a contemplare il vissuto dei protagonisti. La Szymborska ha detto che per un poeta non c’è veramente un mondo normale, una vita normale o un normale corso degli eventi, anzi non c’è nulla di normale e ordinario, perché tutto è sorprendente.

Il risguardo, la bandella però ci depista con una citazione dal film di Woody Allen del 1975, Amore e guerra (Love & Death, titolo originale): due ore di risate ininterrotte, il che farebbe pensare a un libro comico; laddove il tuo umorismo, quando c’è, è nero (l’umor nero, che in inglese si dice gallow’s humor, tipo : il bidello mi diceva: “Professore! Non vedo l’ora di morire per mettermi la cravatta!”) …

A me sembrava di aver seminato qua e là un po’ di battute divertenti. Ma in famiglia me lo dicono spesso: credi di far ridere?

Sì, io vedo tante sfumature di infelicità in questo libro, un basso continuo, un ininterrotto limìo, anche la delusione (per essere più precisi l’incazzatura) nei confronti di come oggi viene contrabbandata la cultura: battute feroci contro i festival che impestano le nostre città, corsa delle bighe, dei bracieri, popsofia etc.

Sono opinioni dei personaggi… (uno sguardo d’intesa e si ride). E sono personaggi diversi, c’è il vecchio affetto da filantropia, il tifoso sconfortato, chi soffre d’insonnia o di calcoli renali, chi crede ancora nella protesta civile, chi non ci crede più e fa brutti sogni, chi sperimenta in una battuta il crudele cinismo contemporaneo (Tennis), chi cerca di capirci qualcosa del proprio corpo malato …

Il racconto più allegro (forse il più riuscito?) è il penultimo: Il sorriso di Shirley MacLaine: un uomo e una donna che in un bar discutono sul film L’appartamento di Billy Wilder … l’ultima scena viene quasi scannerizzata: “Shut up and deal!” è l’ultima battura di Miss Fran Kubelik ( cioè ” Sta’ zitto e da’ le carte, non dire niente e da’ le carte”), come per ricominciare una nuova vita. Nella versione italiana “Da’ le carte e ridillo!” (immortale il sorriso di Shirley quando ha la rivelazione che lui la ama, la adora). Un film magnifico, e il racconto è come una recensione sessanta anni dopo.

In effetti ‘sti vecchi non sono proprio scemi, sono più dei testimoni. Ad esempio che con un’arte votata al commerciale come il cinema si può dire qualcosa di delicato e profondo, restando commercialmente validi. Non ci sarebbe alcun bisogno di prostituirsi. In un tuo libro molto bello, Paolo, La discarica, hai messo in esergo quella citazione da Raffaello Baldini: ”  L’è robi delichèdi”, sono cose delicate… L’hai messo tu in evidenza, io proseguo sul sentiero…

[Marco Ferri, Vecchi scemi, Italic Pequod 2017, euro 15]

In fotografia: Paolo Teobaldi, Enrico Capodaglio, Goffredo Pallucchini e i librai Ale e Giovanni della libreria Il catalogo di Pesaro.

 

 

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