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Solo qualche istante...

Del metodo di far male le pagine culturali

Rileggo alcuni vecchi numeri di Alfabeta. Volevo riderne, e non riesco. Totalmente inutili. Però arrivato a dicembre del 1979 trovo un articolo di Maria Corti, Del metodo per far male le pagine culturali. Dice parlando dei giornali:” quando mai sono stati, salvo rare eccezioni, scadenti come adesso e attraversati dalla sottile onnipresenza di qualcosa che non ha assolutamente a che fare con il significato vero di ciò di cui si parla?”.

Cioè dice che le pagine culturali hanno l’aria di essere genericamente vacue mentre chi vi scrive di per sé non lo sarebbe. Nota anche un certo fastidio verso l’intelligenza, perché si sa “che l’intelligenza fa andare facilmente in bestia quelli che non l’hanno”.

Come si comportano i giornali? Maria Corti distingue tra testi che si consumano (“e sono molti, la cui futura scomparsa è fuori discussione”) e testi che non si consumano. “Quello che è improprio – rilevava – non è che si parli degli uni e degli altri, ma che spesso se ne parli con un linguaggio che sembra portarli allo stesso livello”.

Le pagine culturali parlano con più frequenza di libri effimeri perché, tra l’altro, “la recensione procura degli attestati di buona condotta a giornale e recensore da varie parti … case editrici dove imperversa il dio Fatturato”. Del resto “il pubblico, per definizione interna a certi giornali, ha il meraviglioso attributo di non disporre dei mezzi per pensare”.

Dove si finirà? Si chiedeva Maria Corti nel 1979 … “Il giornale popolare si fa con il sussidio dell’occhio, dell’orecchio, della cinepresa, ma con la testa andiamoci piano”. “Se gli intellettuali non vogliono darsi al giardinaggio e finire coltivando rose, devono ricordarsi che fanno parte della languente realtà descritta e soprattutto possono essere lentamente ridotti al silenzio con un’arma invisibile, segreta: rendere un giornale così piatto che un intellettuale non ce la faccia più a collaborarvi”.

Troppo ottimista Maria. Si adeguano (e collaborano), come diceva quel comico di Quelli della notte: non capisco ma mi adeguo.

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