CHIUDI

Solo qualche istante...

La camera oscura

Mi viene in mente il primo incontro con la prosa dell’Ulisse di Joyce, in italiano. Primi anni Settanta. Se prima ne avevo letto qualche frammento, ora avevo con me il Meridiano. Centellinavo quella lettura. A parte l’epica letteraria di quell’impresa e il suo alone di leggenda, c’era qualcosa che mi faceva sospendere ogni tanto la lettura per un eccesso di entusiasmo. Mi mancava il respiro. Portavo il libro con me, ne leggevo un pezzetto ai giardini pubblici, nel negozio di abbigliamento di mia zia, in bagno, sul letto, su un vecchio divano prima di pranzo, mentre mia nonna lo preparava e mio nonno si lamentava per la malattia che lo stava torturando. Eppure quell’opera era inconfutabilmente noiosa, sorprendentemente noiosa. Era una miniera di sorprese, non solo lessicali, una luce inedita su una mente che decifra i messaggi della quotidianità. Lo paragonavo alla caverna platonica, ma rovesciata, perché dietro l’illusionismo verbale intravvedevo muoversi una realtà solida, di corpi e paesaggi, che stavano in una dimensione diversa rispetto al linguaggio, il quale poteva soltanto danzare allusivamente ma non contaminare la realtà. Però questo balletto rischiava di diventare insopportabile, pagina dopo pagina. Eppure ne ero attratto. Ne assimilavo i ritmi, le tessiture. Era anche un modo di nobilitare ironicamente la vita di ogni giorno, mio nonno che moriva lentamente lamentandosi e gli odori deliziosi che provenivano dalla cucina.

Che cosa speravo di trovare nella letteratura e in questo caso in una delle opere simbolo della modernità? Qualche rivelazione nascosta sulla condizione umana? Eppure quel libro descrive una giornata dublinese del 16 giugno 1904 ed è stato scritto dal 1914 al 1921 a Trieste, Zurigo e Parigi. Mentre tutti gli europei si stavano massacrando sui vari fronti, Joyce si avvolgeva nel bozzolo sonoro del suo libro. Che relazione poteva esistere con un giovane che più di mezzo secolo dopo vedeva la realtà attorno a sé diventare oggetto solo di interpretazione politica, cioè subire una drammatica e grigia riduzione dei discorsi e dei vocaboli?

Dopo 50 anni quella prosa manteneva una carica innovativa. Tuttavia, non solo era noiosa, ma non aveva futuro. Un paradosso. Oggi, nel 2016, guardo una fotografia del fotografo giapponese Domon Ken e ne rimango colpito, emotivamente ed esteticamente, per la precisione linguistica dell’immagine nel tracciare i destini. Mi dico che questa fotografia meriterebbe più dell’Ulisse di attraversare le epoche. Una bambina, che potrebbe avere oggi la mia età, aveva uno sguardo adulto e impaurito, lì nel 1959. Due bambine orfane, una allegra o quanto meno disposta a cogliere quello che la vita poteva riservarle, l’altra – che concentra su di sé lo sguardo dell’osservatore – consapevole nonostante l’età del vuoto che si è creato attorno a loro, segnalato dal nero lugubre dello sfondo. Questa foto perpetua quell’istante della loro storia, ne cristallizza il dolore e lo invia nel futuro, oltre le epoche. Quello che dovrebbe fare la letteratura. Allora perché, di fronte a questa foto, non mi chiedo se è ancora moderna e attuale?

 

Il messaggio è lì, nudo, non c’è nessuna caverna platonica. L’immagine è concentrata e la storia potrebbe essere facilmente immaginata. Certo, la mia è certamente un’esagerazione, un’iperbole, ma quello che intendo dire è che questa fotografia esprime una idea letteraria, è quello che secondo me dovrebbe interessare un poeta o un autore, tanto da spingerlo a scrivere. Si potrebbe obiettare che questa è solo un’opinione. D’accordo. Ma ho fatto l’esempio di un monumento letterario del Novecento che non regge il confronto sulla durata con una fotografia del 1959. Qui l’intensità è lancinante. La delicatezza delle dita della bambina sul povero legno della sua abitazione raccontano storie più drammatiche.

In un’altra fotografia la stessa bambina tiene un dito in bocca, forse significa che non vorrebbe allontanarsi dalla sua infanzia.

 

Anche se queste storie fossero ormai interamente svolte, sarebbero necessarie scritture all’altezza e dignità umana dei loro destini. Una riduzione delle chiacchiere, letterarie, filosofiche, teologiche, politiche. Poche parole e molti silenzi. Un’ecologia letteraria. L’esatto contrario di quello che l’industria editoriale cerca di vendere.

[fotografie di Domon Ken e particolare di un quadro di Enrico Ricci, Estivo 1997]

 

Iscriviti all newsletter

Iscriviti per ricevere aggiornamenti, novita' e iniziative direttamente nella tua casella di posta.

La discussione e" chiusa.