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Solo qualche istante...

Castle e le porte sfondate

Ogni sera io e mia moglie guardiamo gli episodi registrati della serie Castle. Ci appassiona? Beh ogni serie ben costruita crea una sorta di complicità tra attori e pubblico, anzi una familiarità : è come se loro fossero in salotto con te e ti raccontassero la loro ultima avventura. Lo scrittore di best seller polizieschi Richard Castle e la detective di un distretto di New York Kate Beckett, la madre attrice di Castle, la figlia Alexis dai capelli rossi e occhi verdi (che una serie dopo l’altra passa dall’adolescenza alla giovinezza), gli altri due investigatori, Ryan e Esposito, la dottoressa delle autopsie Lanie Parish, e tutto il resto: una grande famiglia. Siamo una grande famiglia. Li chiamiamo per nome. Poi c’è la storia d’amore tra Richard e Kate e soprattutto un grande inno all’amicizia. Tutto è messo in pericolo in ogni episodio, la storia d’amore, la famiglia, la vita delle persone. In qualche modo ogni avventura si risolve, ma ci sono minacce sotterranee che ogni tanto emergono e che troveranno soluzione nel corso del tempo. Infatti un filo rosso attraversa gli episodi e li lega come perline colorate ed è una cupa immagine del potere: corrotto, violento, avido, e in grado di corrompere, uccidere, mistificare, assoldare bande di killer, torturare, e utilizzare qualsiasi istituzione democratica per far prevalere chi è privo di scrupoli, di morale, e abilissimo nell’ottenere consenso.

I nostri amici vivono in un’isola accerchiata da un mare di corruzione. Difendono un’idea di comunità affettuosa e nello stesso tempo ammanettano gli assassini. E ogni tanto passano dal piccolo cabotaggio dell’omicidio distrettuale alla madre di tutte le battaglie, la corruzione del sistema, i servizi deviati, la politica ipocrita e delinquenziale. Noi ogni sera restiamo a guardare un episodio, a volte due, spesso con il mal di stomaco, molto preoccupati per la vita del nostro gruppo di amici, e soprattutto per le minacce che il lato oscuro della società rivolge ai sentimenti sinceri: amicizia e amore.

La serialità induce dipendenza. Così, anche se gli episodi impauriscono e a volte terrorizzano, ci sediamo sul divano, e guardiamo come se la cavano Kate e Richard, Esposito, Ryan etc. Lo scrittore e la detective hanno ormai più ferite di quelle di striscio di Tex Willer, però sono irriducibili. Come noi. Nonostante a volte ci manchi il respiro.

Arrivati all’ottava serie, cioè l’ultima, abbiamo cominciato a sollevare obiezioni. Ammiriamo la fantasia di chi scrive quelle storie e le ambienta magistralmente, però ormai anticipiamo lo schema del racconto, che ha una ripetitività da catena di montaggio, e non riusciamo a stare al gioco narrativo, quando i cattivi o i buoni compaiono all’improvviso nelle location più disparate, nel momento culminante dell’azione: New York è piuttosto vasta, e c’è anche molto traffico, non è facile essere così puntuali. Ma il cinema vive di questi effetti speciali e improvvisi, persone che si materializzano in cucina o in un angolo buio, cadaveri che scompaiono in un secondo, criminali con l’intelligenza di Einstein, trame complicatissime ordite da impiegati, hostess e cuochi. La nostra domanda, con un filo di voce, riguarda in particolare le indagini notturne: non si potrebbe aspettare il mattino e la luce del giorno? Noi che guardiamo saremmo più tranquilli,

Non so quante porte abbiano sfondato i nostri investigatori e ormai quella di sfondare le porte è diventata una gag molto divertente. Va bene. Ci siamo divertiti, nonostante le paure e il sentimentalismo, che sono il condimento principale degli scrittori seriali, ma alla fine ci resta soltanto l’immagine delle porte sfondate. Che poi rimanda al detto: sfondare una porta aperta. In effetti.

[allegoria: una foglia dentro una foglia, come una citazione fatta con gusto, ma rinsecchita]

 

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