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Solo qualche istante...

San Salvatore della Foce

11 agosto 2017

Da Fano ero partito all’alba.

L’auto dovette rallentare per consentire ad uno scoiattolo di attraversare la strada in una Cagli ancora addormentata.

Entro nella Valle del Burano. La vecchia strada nazionale Flaminia è deserta, il traffico è tutto nel nuovo tracciato che le passa a fianco. Superato il piccolo agglomerato di Foci, fermo l’auto e chiedo informazioni ad un anziano che aiutandosi con due bastoni cammina su quel nastro d’asfalto sgombro. Mi indica dove si trova l’imbocco della stradina che pochi giorni fa (il 7 agosto) avevo visto dall’alto, da una sella posta tra i prati di Faeto e il Monte Campifobio.

Sia nella foto che avevo scattato dall’alto, sia su Google Maps avevo visto una mulattiera partire da quella stradina e risalire un fianco della montagna per poi scomparire nel manto boschivo.

Quello che sto cercando è il sentiero indicato in “Eremi e cenobi del Catria”, scritto da Luigi Michelini Tocci nel 1972: “A S. Salvatore si accedeva e si accede con un sentiero abbastanza adagiato che si diparte dalla via Flaminia, un poco a monte dell’abitato delle Foci di Cagli. Circa trecento metri più in alto della Flaminia, sopra un dente del serrone che scende dal monte Campifobio, spiccandosi fra Ranco Artondo e i Vagli, è una piccola sella prativa che si chiama Prato di S. Salvatore”.

«Dapprima si cammina bene, poi lungo il sentiero ci saranno i rami e le spine» mi dice l’anziano, aggiungendo con nostalgia: «Una volta l’ho percorso anch’io».

L’imbocco della stradina, sbarrata da una catena, è proprio dove la nuova Flaminia, che corre a fianco della vecchia, entra nella montagna. La stradina è al servizio dei boscaioli; termina in uno spiazzo dove c’è una ruspa, una macchina per il taglio della legna e delle cataste. In corrispondenza dello spiazzo, su entrambi i ripidi fianchi della montagna, il bosco è stato ceduato (oggi non c’è nessuno al lavoro).

Lo spiazzo si trova nel fondo della piccola valle a sud del serrone, così lo aveva chiamato Luigi Michelini Tocci in “Eremi e cenobi del Catria”. Aveva anche spiegato il perché di quel nome: “Delle immense rughe o costole montuose, che si dipartono dalla dorsale maggiore e che scendono digradanti o precipiti sui fianchi del massiccio, le parti convesse si chiamano alla latina <serre>, o <serroni> “.

La valle è attraversata dal fossone, anche questa denominazione è stata utilizzata da Michelini Tocci. La sella in alto da cui pochi giorni fa avevo fotografato quella piccola valle Michelini Tocci l’aveva chiamata “Traforato dei Vagli”; aveva spiegato cosa significa <traforato>: “Le selle più in alto, dove fanno capo le valli scoscese, e dove passano, a marzo e a ottobre, gli stormi folti e innumerevoli degli uccelli migratori”, e del perché di quel nome – la località è oggi chiamata “I Vai”: “Traforato dei Vagli, un luogo sempre ventilato, adatto a vagliare granaglie e sementi”.

A proposito dei nomi dei luoghi, tutti antichi o antichissimi, ignorati per la massima parte dalle carte topografiche, Michelini Tocci scrisse: “Questi nomi, ed altri innumerevoli, erano famigliari un tempo a quelli che battevano abitualmente la montagna, pastori, boscaioli, carbonai, e soprattutto ai cacciatori che sapevano il nome persino di una rupe, di un albero solitario o di un cespuglio, e vi iscrivevano gli episodi della loro epopea domestica e paesana. Ora non vi sono più pastori e boscaioli, almeno dei luoghi vicini e lavoranti in proprio. Un esercito motorizzato di sedicenti cacciatori usciti dalle città lontane, senza conoscere nulla della montagna, distrugge con accanimento sistematico e feroce ogni specie di selvaggina. Fra qualche anno i bei nomi millenari nessuno li ricorderà più”.

Lascio lo spiazzo dei boscaioli ed imbocco la mulattiera che risale il serrone, quella che alcuni giorni fa avevo visto dall’alto. La piccola valle coperta da boschi non è ancora raggiunta dai raggi solari.

Ben presto la mulattiera si fa sentiero, non segnato, poco evidente e a volte interrotto da alberi caduti. Il sentiero non risale in modo deciso il ripido serrone; sale dolcemente; piega inizialmente verso destra seguendo il corso del fossone e poi, sempre salendo dolcemente, torna a dirigersi verso il serrone.

In più punti, soprattutto quando mi trovo più vicino al fosso, vengo attaccato da nugoli di tafani; se mi fermo si posano sulle parti nude di braccia e gambe per mordermi.

Dopo più di un’ora di cammino dentro il bosco sono salito di quota ma non c’è traccia della sella che sto cercando, quella che tanti secoli fa ospitava l’eremo di S. Salvatore della Foce.

Sto già pensando di tornare indietro ma decido di proseguire ancora un po’. Pochi altri minuti di cammino e vedo sopra di me la cortina degli alberi lasciare spazio ad un lembo di cielo. Il sentiero sbuca nella sella dove un tempo sorgeva il piccolo eremo di S. Salvatore della Foce. Del prato, molto esteso nelle foto in bianco e nero che Michelini Tocci scattò tanti decenni fa, è rimasto ben poco; ora predominano ginestre, prugnoli ed altri arbusti.

Sui pochi tratti erbosi noto degli escrementi di capriolo e vicino dell’erba pestata – è il suo dormitorio.

Qui la cortina di alberi non maschera il Monte Petrano posto sull’altro lato della Valle di Burano; posso vedere su un suo fianco, sotto la balza di Serra Ventosa, Cà S. Bartolo, l’edificio sorto sui resti di un altro eremo: S. Bartolo del Monte. Entrambi gli eremi, ai lati opposti della valle, dominavano il piccolo agglomerato rurale di Foci, entrambi fondati secondo la tradizione da S. Romualdo nell’XI secolo, più o meno alla stessa quota, uno dirimpetto all’altro.

La chiesa di S. Salvatore della Foce venne costruita utilizzando i conci squadrati di pietra corniola recati fin lassù a dorso di mulo dalla cava di Ponte Grosso, presso la via Flaminia.

Non mi aspetto di trovare l’eremo. L’esistenza dell’edificio religioso è documentata fino al 1620, anno in cui, dopo un lungo periodo di abbandono e di decadenza, la chiesa venne demolita e i  conci, dopo oltre cinquecento anni, vennero nuovamente caricati sui dorsi dei muli e portati via. Furono utilizzati dai Padri Zoccolanti per l’ampliamento del loro convento di S. Andrea presso le mura di Cagli; proprio dove questa mattina lo scoiattolo mi aveva costretto a rallentare – forse quell’abitante del bosco mi voleva far notare dove erano “emigrate” le pietre dell’eremo silvano distrutto dal tempo.

L’edificio era stato eretto dove il serrone iniziava a digradare verso la valle del Burano. Michelini Tocci aveva scritto: “Le tracce dell’eremo si trovano nel boschetto di lecci subito dopo il prato, sul dente del serrone che domina la valle del Burano”.

Mentre mi ci dirigo, provo ad immaginare la chiesa, una costruzione piccola, non dotata di fronzoli od ornamenti, in accordo con l’austerità del luogo.

Rinvengo vicino ad una depressione del terreno una pietra perfettamente sagomata. E’ la stessa che avevo visto nella foto di Michelini Tocci in “Eremi e cenobi del Catria”, la cui didascalia riporta: “Uno stupendo concio del secolo XI, appartenente ad uno spigolo dell’eremo di S. Salvatore della Foce, trovato sul luogo, superstite della rovina dell’eremo stesso e della sottrazione del materiale utilizzato altrove. Scavato anni addietro da un “cercatore di tesori”, la macchia lo ha restituito”. Quella depressione vicino al concio è la buca, scavata dal “cercatore di tesoro”, da cui tanti decenni fa Michelini Tocci estrasse la pietra lavorata.

L’importanza che ebbe per Luigi Michelini Tocci l’individuazione dell’eremo, anche grazie al ritrovamento di quel concio, si coglie nelle parole della figlia (Erminia Michelini Tocci), che in “Ricordo di Luigi Michelini Tocci, umanista e letterato”, a proposito di  “Eremi e cenobi del Catria”, scrive: “Eremi del 1000, fra i quali si annoverano quelli situati nel Comune di Cagli: San Nicolò di Bosso, San Bartolo al Monte Petrano e San Salvatore della foce, – il ritrovamento di un concio che apparteneva alla sua costruzione è stato ritrovato in compagnia del cugino Max Mochi”.

Luigi Michelini Tocci pubblicò “Eremi e cenobi del Catria” nel 1972, ma le sue esplorazioni del  Catria e degli altri monti intorno a Cagli alla ricerca di reperti storici potrebbero risalire a molti anni prima. Da allora su questa sella impervia e selvaggia, dimenticata pure dall’escursionismo, tutto è immutato: il profilo dei monti, la visione di Cà S. Bartolo sotto la balza di Serra Ventosa, il concio, persino la buca scavata dal cercatore di tesori; l’unico cambiamento la crescita di arbusti che, non più frenati dal morso di animali al pascolo, stanno prendendo il posto del prato.

Al ritorno, come temevo, perdo il sentiero e mi ritrovo ad attraversare le pendici dell’altro “serrone”, quello posto al di là del fossone. Ho perso da poco il sentiero – non me ne sono ancora reso conto -, quando, poco discosto dal piccolo corso d’acqua, rinvengo i resti di una piccola costruzione, pietre rozzamente squadrate, appoggiate l’una sull’altra a formare un perimetro, altre cadute; su tutte  uno spesso strato di muschio cresciuto grazie a secoli di umidità del bosco. Smarrendomi credo di essermi imbattuto nei resti di una cella eremitica!

A proposito degli eremiti che abbandonarono la società per una vita di privazioni e di stenti, il cagliese Michelini Tocci scrisse: “Quante volte, percorrendo i sentieri ardui di quelle mie montagne, non profanate allora dalle strade e dal turismo di massa, ho pensato che l’humus di quelle macchie conservasse qualcosa di quei corpi martoriati e sconosciuti di mille anni fa, e fosse perciò sacro quanto le reliquie venerate sotto gli altari d’oro”.

Nel libro Michelini Tocci aveva accompagnato una sua foto del fossone con la seguente didascalia: “Il fossone a sud dell’eremo di S. Salvatore della Foce, dove erano sparse alcune celle, e l’immenso dosso del serrone dirimpetto, coperto da una macchia impenetrabile”. Ecco, proprio in quella macchia impenetrabile mi sono andato a perdere!

Non posso scendere in quanto il pendio diventa sempre più scosceso. Mantenendomi più o meno alla stessa quota, seguendo il percorso del fosso, procedo sul fianco del serrone posto dirimpetto a quello che aveva ospitato l’antico eremo. Procedo lentamente su un fondo incoerente e in forte pendenza, aggrappandomi a fusti e rami per non rovinare a valle. So che così facendo, prima o poi  – è difficile valutare il tempo di percorrenza quando ci si muove fuori da un sentiero – raggiungerò il bosco ceduato vicino a dove ha avuto inizio la mia escursione. Da lì, anche se il pendio è molto ripido, potrò scendere allo spiazzo dei boscaioli.

Quando lo raggiungo (impiegandoci un paio d’ore, il doppio del tempo rispetto a quello dell’andata lungo il sentiero), quel bosco ceduato che all’inizio dell’escursione avevo guardato con disappunto si trasforma in una cosa gradita.

 

 

Didascalie foto:

1 – foto di Luigi Michelini Tocci (“Eremi e cenobi del Catria”, 1972, Cassa di Risparmio di Pesaro). Si nota, al di là della Valle del Burano, la Balza di Serra Ventosa (M. Petrano), sotto la quale sorgeva l’eremo di S. Bartolo, e in basso il serrone con il Prato di S. Salvatore (sulla destra)

2 – Più o meno la stessa inquadratura  in data  7 agosto 2017; si nota il Prato di S. Salvatore (in basso a destra) molto ridotto

3 – Il serrone fotografato dalla località I Vai (7 agosto 2017)

4 – Cà S. Bartolo, fotografata dal Prato di S. Savatore (11 agosto 2017)

5 – Il concio dell’XI secolo, appartenente ad uno spigolo dell’eremo di S. Salvatore della Foce, in una foto di Luigi Michelini Tocci (“Eremi e cenobi del Catria”, 1972, Cassa di Risparmio di Pesaro)

6 – Lo stesso concio fotografato l’11 agosto 2017

7 – Resti di una costruzione nel bosco non distante dal fossone, probabile cella eremitica

8 – Fianchi della montagna ceduati, in basso la ruspa e le cataste di legna

 

 

 

 

 

 

 

 

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