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Solo qualche istante...

Quell’ora in più concessa al sonno

 

29 ottobre 2017

Questa notte è tornata l’ora solare, ma non ho approfittato del tempo in più concesso al sonno.

E’ ancora mattina presto ma, anziché poltrire a letto, sto camminando su strade di campagna.

Mi soffermo a fotografare le file parallele di un vigneto che hanno incominciato ad arrossare.

Più colorata ancora un’altra vigna: le viti fra strisce erbose e di terra bruna.

Le poche persone che incontro indossano abiti mimetici. Ma non si sente molto sparare.

A terra, tra le foglie, il corpo scomposto di un merlo, raggiunto dalla rosa di pallini ma non da chi lo ha traguardato dal mirino.

Il viottolo mi conduce al rudere di una casa colonica pericolante.

Un cacciatore col fucile tenuto in mano e appoggiato sull’altro braccio sta tornando alla sua Panda, ferma in quell’aia abbandonata.

Lui va in giro impugnando un’arma con cui spezza vite senza bisogno, io una macchina fotografica, eppure qui a quest’ora quello strano sono io.

Gli chiedo se la strada continua.

«No», mi risponde, «finisce in un campo.»

«“Preso” qualcosa?»

«No, sono appena arrivato», poi aggiunge: «Dove ero prima mi hanno rotto il vetro della Panda».

«L’hanno fatto apposta?». 

«Sì, con un sasso» ed aggiunge un sibillino: «So chi è stât!».

Perché quell’effrazione? Una faida tra cacciatori? Non indago oltre.

Lungo la strada, fiori vicino a frutti rossi, un’altra specie ingannata da questo caldo autunno – il Biancospino fiorisce a maggio.

Proseguo su una strada bianca verso Monte delle Forche. La strada corre tra le valli di due fossi, uno affluente del Fiume Metauro, l’altro del Torrente Arzilla.

I confini dei vigneti circondati dalla terra nuda sembrano tirati col righello; ancor più regolari quelli degli impianti fotovoltaici.

Superato Monte delle Forche, ora la strada corre su un altro spartiacque, tra il Fosso del Bevano e il Rio della Gazza, entrambi affluenti dell’Arzilla.

Tira forte il garbino; ne sento il suono quando passo sotto le querce – guarda caso sto percorrendo la Strada delle Cerquelle”.

Le raffiche di vento inutilmente ne scuotono i rami; le querce non sono arrendevoli come gli altri alberi, sono restie a perdere le foglie.

Assisto ad un altro scuotere: è in atto la raccolta delle olive.

Ai bordi della strada, un’edicola sacra a ridosso di una roverella secolare. Edificata come ringraziamento popolare per i “miracolosi” raccolti di grano avvenuti nel 1933 e 1934; così abbondanti  in queste campagne non si erano mai visti.

Originariamente nella nicchia, di fronte all’immagine della Vergine, vi era sempre una spiga di frumento.

Anni lontani. Ora l’edicola, come tanti altri ottuagenari, ha perso la perpendicolarità con il terreno.

Un altro segno di un mondo che mescolava fede e superstizione in una casa colonica abbandonata: affisso al portone, un ferro di cavallo portafortuna.

E’ da un po’ che chi guida le auto in transito non indossa più la giacca mimetica. La strada ora comincia ad essere percorsa da ciclisti sportivi e da podisti. E’ ora di tornare.

 

Didascalie foto:

da 1 a 3 – Vigneti

4 – Campo fotovoltaico

5 – Edicola sacra

6 – Ferro di cavallo portafortuna

 

 

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