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Solo qualche istante...

La Grotta del Nerone e la Balza Forata  

 

 

27 maggio 2017

Dopo il piccolo gruppo di case di Acquanera, l’auto imbocca la strada che sale verso la vetta del Monte Nerone.

Costruita negli anni delle vacche grasse, ora che non ci si può permettere neppure la manutenzione, la strada è al limite della praticabilità. In molti tratti lo strato di asfalto ha lasciato il posto a profonde buche. Grossi sassi sono precipitati sulla sede stradale. In un punto gran parte della carreggiata è occupata da una frana; ma soprattutto vi è la vegetazione arborea che ha allungato le sue braccia; in molti tratti la sede stradale percorribile è ridotta a poco più della larghezza dell’autovettura. Faccio lo slalom tra buche così profonde da rischiare di danneggiare il fondo dell’auto ed i rami capaci di rigarne la carrozzeria.

Lascio l’auto in corrispondenza di un tornante e proseguo a piedi.

Incontro l’inizio del sentiero 4 che conduce alla Grotta del Nerone. Il sentiero attraversa zone boschive alternate a zone aperte. Dove il bosco lascia spazio ai prati, la vista si apre sul Montiego, sull’ingresso della Gola di Gorgo a Cerbara, sul piccolo agglomerato di Acquanera, sul manto boschivo che copre le pendici del Monte Serrone; solo la strada che ho percorso scalfisce quel manto.

Nei prati di questo ripido pendio fioriscono le viole di Eugenia e diverse specie di orchidee.

Raggiungo la grotta. Non ho con me una lampada, per cui mi limito all’ingresso.

Torno con la mente a tanto tempo fa. Da quei ricordi mi separano quattro decenni. Erano gli anni ’70, insieme a Claudio e ad altri amici, andavo alla ricerca di grotte. Era Claudio che seguiva gli aspetti tecnici della speleologia: corde, discensori, moschettoni, caschi e lampade all’acetilene.

Visitammo le grotte di diversi monti, Catria, Cucco, Frasassi, ma soprattutto quelle del Nerone.

La speleologia era agli albori (la Grande Grotta del Vento di Frasassi venne scoperta in quegli anni). I sentieri non erano ancora segnati, non esistevano le cartine escursionistiche di questi luoghi e, soprattutto, non c’era ancora il web.

Con le poche notizie in nostro possesso, avevamo cercato inutilmente l’ingresso della Grotta del Nerone lungo quel crinale del monte (I Ranchi); la trovammo solo dopo avere chiesto informazioni al gestore del piccolo chiosco posto vicino alla vetta (se ricordo bene, dove oggi c’è il Rifugio La Cupa, c’era solo una piccola struttura di legno). Ci aveva indicato sia come raggiungere la Grotta del Nerone che quella delle Tassare.

Perlustrammo le ampie sale della Grotta del Nerone dalle cui volte scendevano enormi stalattiti e che ospitavano colonie di pipistrelli; le sale comunicavano attraverso stretti cunicoli, veri budelli che si potevano percorrere solo strisciando.

Marco Bani nel suo volume (Monte Nerone, 1989) riporta le colorite osservazioni di “protospeleologia”, relative alla Grotta di Nerone, scritte da Vito Materozzi Brancaleoni nel 1808 (Memorie ed osservazioni di Vito Materozzi Brancaleoni per servire alla storia naturale di Monte Nerone):

“...è ammirabile la grotta detta di Nerone, o della Moneta, situata sopra mezzo monte dalla faccia del Convento de’ Servi del Piobbico. E questa tutta artificio della natura. Io l’ho penetrata circa in quattordici stanze, o grotte. Il mio bisavo entrò sino a diciassette di esse. Può dirsi un palazzo sotterraneo dove sono tante camere in vari naturali appartamenti cavati nel sasso di travertino, ed intonacati di tartaro, che scendendo copiosamente molti ne è venuto rendere impraticabili ed altri chiusi affatto. Dopo un molto internarsi il lume va a spegnersi e l’aria vi è assai rarefatta. Ad un’epoca de’ vecchi da me conosciuti si andava assai più addentro che non si va al presente. Ai tempi del Conte Ulderico mio bisnonno si giungeva ad un termine dove in profondo udivasi un cader di copiosa acqua. Per mezzo di sicura fune fu colaggiù fatta scendere una tal coraggiosa donna piobbichese con lume acceso. Asserì questa aver ivi trovata una copiosa laguna di acque, di cui non fu calcolata la profondità. Il detto mio Bisavo Conte del Piobbico fé subito alzare un muro all’ultima imboccatura della grotta ai piedi, facendovi incidere le parole non plus ultra, a scanso di pericoli”.

Tra gli amici che 40 anni fa organizzavano quelle spedizioni speleologiche, io ero l’unico a possedere un’automobile. Ventenne, l’autonomia l’avevo allora appena conquistata, ora, da  sessantaquattrenne, quell’autonomia la vedo con una data di scadenza; per quanti anni ancora la buona salute mi permetterà  di raggiungere e percorrere questi sentieri?  Un decennio?

Proseguo lungo il sentiero, quando la cortina del bosco si apre, vedo spuntare le parabole della cima del  Nerone.

Raggiungo il ciglio della Valle dell’Infernaccio; l’ombra delle pareti verticali si allungano sulla  profonda forra. Nella parte della gola illuminata domina il verde del bosco, ma dove le pareti si fanno verticali il verde lascia il posto al grigio delle rocce calcaree, ricche di anfratti e cavità.

La Valle dell’Infernaccio inizia poco sotto la cima del Nerone, prosegue nella Val d’Abisso che termina a breve distanza dal paese di Piobbico, che scorgo in basso.

Ora con la mente vado ad un altro momento, ai primi anni ’80. Io, Luciano e Guido avevamo raggiunto il ciglio di quella parete verticale e, seduti a pochi decimetri dal vuoto, con i binocoli stavamo studiando i rapaci che sorvolavano quel luogo selvaggio. Guido (responsabile della LIPU di Pesaro) era fornito di un fotofucile che gli permetteva d’imbracciare la sua Nikon e il potente teleobiettivo. In quegli anni in Italia si erano cominciati a praticare il birdwatching e la “caccia fotografica”. Io da poco tempo frequentavo l’associazionismo naturalistico, dove la mia passione per la natura aveva finalmente trovato una sponda; avevo iniziato con l’ornitologia.

In basso scorgo una protuberanza della parete calcarea che si insinua nella gola. Anche se non la vedo, so che lì c’è la meta finale della mia escursione, la Balza Forata, dirupo caratterizzato da un ampio foro.

Proseguo lungo il sentiero. Dapprima corre poco discosto dal ciglio dello strapiombo, poi penetra nella gola scendendo lungo un canalino e attraversando zone rocciose ed un ghiaione.

Con la mente vado all’unica volta in cui ho visitato la Balza Forata. Eravamo a metà degli anni ’90, l’Associazione Argonauta aveva organizzato un campo estivo a Piobbico. Una delle tante escursioni fatte sul Monte Nerone, aveva avuto come meta la Balza Forata; era stato Aldo, il responsabile del CEA di Piobbico, ad indicarci la strada.

Una corda permette di superare un salto verticale di oltre 3 metri.

Ricordo che allora mi avevano fatto sorridere le perplessità dell’amico Agostino nell’affidarsi ad una corda per superare quel salto. Oggi mentre mi ci aggrappo non mi viene da sorridere.

Raggiungo la Balza Forata. I resti di una lapide ricordano l’altro suo nome: “Foro della Madonna”. Da quella finestra nella parete rocciosa vedo in basso il santuario di S.Maria in Val d’Abisso. Sulla sommità di un’altura che sovrasta la Val d’Abisso scorgo I Muracci, ciò che resta dell’antica dimora dei Brancaleoni. Quel rudere si staglia contro le ultime case di Piobbico.

Guardando verso monte, solo boschi, pareti verticali e la profonda forra che incide la Valle dell’Infernaccio; non c’è traccia di presenza umana.

 

Didascalie foto:

1 – Grotta del Nerone

2 – Stalattiti nella sala principale della Grotta del Nerone

3 – L’autore (a destra) e Claudio Andreazzo davanti all’ingresso della Grotta del Nerone, anni ’70

4 – L’autore lungo un cunicolo della Grotta del Nerone, anni ’70

5 – La Valle dell’Infernaccio

6 – Corda lungo il sentiero

7 – Balza Forata

8 – La Valle dell’Infernaccio, vista dalla Balza Forata

 

 

 

 

 

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